Una vita da precari nelle segreterie delle scuole del Sud Italia, tra promesse mancate e disinteresse generale. È la storia atipica dei 900 collaboratori amministrativi, che ormai dal 2001 lavorano in attesa di una stabilizzazione mai avvenuta. Atipica come la loro posizione contrattuale: niente graduatorie, niente supplenze come la maggior parte del personale della scuola, ma un Co.co.co che viene rinnovato ogni anno. Da quasi vent’anni. Il Ministero dell’Istruzione puntualmente stanzia i soldi per la proroga, ma poi non riconosce il servizio svolto e non permette l’accesso ai concorsi per il posto fisso. Che resta una chimera, insieme a sacrosanti diritti come tredicesima, ferie, Tfr e una pensione dignitosa.

Nel mondo della scuola italiana accade anche questo. È una storia abbastanza particolare quella dei 900 Co.co.co amministrativi, che si definiscono “gli esodati della Legge Biagi” (il giuslavorista noto per la sua riforma del mercato del lavoro e assassinato dalle nuove Brigate Rosse nel 2002). Sono ex cassaintegrati e disoccupati che a metà degli Anni Novanta vennero coinvolti nei progetti di lavoro socialmente utili avviati dagli enti locali. La maggior parte di loro è poi confluita nel personale delle pulizie, esternalizzato ai vari Consorzi che svolgono questo tipo di servizi nei vari istituti del Paese. Il progetto “Scuole belle” del governo Renzi, infatti, fu ideato anche e soprattutto per dare lavoro a loro, come rivelato da un’inchiesta de ilfattoquotidiano.it. Non tutti, però, seguirono questo percorso. Poco meno di un migliaio di questi lavoratori, in base alle competenze dei precedenti impieghi e ai titoli di studio fu assegnato alle segreterie scolastiche. E al momento del passaggio all’interno del personale statale deciso nel 2001 dal governo Prodi, ottenne un particolare tipo di contratto a tempo determinato da amministrativi. I Co.co.co del dm 66/2001, appunto, da cui tutt’ora prendono nome. In quel decreto era scritto che sarebbero stati stabilizzati entro cinque anni. Non è mai successo.

Da allora sono passati 15 anni e loro continuano a lavorare nelle scuole. Circa 450 in Sicilia, un centinaio in Lazio e Campania, 60 in Calabria, 30 in Puglia e Sardegna, fino ad arrivare a circa 900 unità in totale. In un primo momento erano stati pensati come “figure di supporto” al personale di ruolo: poi – vuoi per il passare del tempo, vuoi per i vari tagli che hanno ridotto all’osso i dipendenti delle segreterie – la distinzione è caduta. Gestione del sistema informatico e del protocollo, convocazione dei docenti per le supplenze, atti burocratici e a volte anche contabili : “Facciamo quello che fanno tutti gli Ata di ruolo”, spiega Leonardo Del Giudice, presidente del Comitato lavoratori Co.co.co della scuola. “Abbiamo le stesse responsabilità, gli stessi oneri, ma non gli stessi diritti”. In quanto precari, infatti, non percepiscono la tredicesima, non hanno ferie retribuite e sono relegati nella gestione separata dell’Inps. Con la beffa ulteriore che il Ministero non riconosce neppure il loro lavoro precario: a causa dell’atipicità del contratto, il loro servizio non viene valutato ai fini dei concorsi per il personale Ata. Nonostante alcuni di loro lavorino nelle scuole da metà Anni Novanta.

Nel frattempo non sono mancate promesse ed incontri: sono stati approvati diversi ordini del giorno (uno anche dell’oggi ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia), nel 2014 un emendamento alla Legge di stabilità per la loro stabilizzazione era stato anche dichiarato ammissibile dalla Commissione Bilancio del Senato, prima di essere bocciato politicamente. “A dimostrazione che le risorse non sono un ostacolo insormontabile”, spiega Del Giudice. “La verità è che non interessiamo a nessuno”. Anche perché il tempo passa e la maggior parte di loro ha ormai superato i 50 o i 60 anni: la sensazione è che l’obiettivo sia quello di risolvere il problema senza fare nulla, semplicemente aspettando che raggiungano l’età pensionabile ed escano dal mondo del lavoro. “Sì, ma in che condizioni?”, chiede il loro rappresentante. “Alcuni colleghi hanno maturato contributi per 140 euro al mese, meno della pensione sociale. E non abbiamo potuto mettere nulla da parte”. Non soltanto lo stipendio è rimasto uguale (poco più di mille euro lordi), ma l’aliquota è passata dal 14 al 32%, con un’ulteriore erosione della busta paga. Dopo tanti anni di inutili battaglie e lavoro precario, adesso ci riprovano: per ottenere un qualche riconoscimento hanno scritto una lettere aperta al presidente Mattarella e addirittura al Papa. “Non siamo invisibili: speriamo solo che prima o poi qualcuno se ne accorga”.

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