A due mesi dalla scomparsa di Giulio Regeni, qualcuno in Egitto lascia trapelare sui media che i responsabili della sua morte atroce siano stati uccisi. Un teorema perfetto: i morti non parlano e le cinque persone uccise al Cairo non avranno più modo di dimostrare eventualmente di non essere state loro a torturare e ammazzare Giulio.

I cinque morti sarebbero legati a una banda criminale che nulla avrebbe a che fare con vicende di Stato. L’omicidio Regeni può comparire nelle pagine della cronaca nera di un qualsiasi quotidiano.Regeni 675

Spero che nessuno vorrà accontentarsi di questa verità arrivata nelle ultime ore non si sa bene da dove. La procura egiziana si era decisa a collaborare con l’Italia nelle indagini. È questa la strada da continuare a perseguire con determinazione. Se il governo egiziano non ha paura di un giovane studioso che fa ricerca al Cairo e ha contatti con sindacati locali, lo dimostri non avallando semplicisticamente una spiegazione di comodo.

I segni sul corpo di Giulio Regeni erano inequivocabilmente segni di tortura. Una tortura durata giorni e giorni. La tortura è una pratica tipica delle istituzioni totali e dei regimi.

Siamo consapevoli di quanto sia difficile ottenere giustizia in un paese dove i diritti umani sono violati su larga scala. Nonostante ciò, dall’Italia deve continuare forte e alta la pressione per assicurare verità e memoria. Nessuno nelle nostre istituzioni, da Renzi in giù, deve accontentarsi di versioni che hanno il sapore del depistaggio o di interviste autoassolutorio di capi di Stato.

Un mese fa, il 25 febbraio a trenta giorni dalla scomparsa di Giulio, Cild (Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili), Antigone e Amnesty International erano di fronte all’ambasciata egiziana a Roma per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni. Il prossimo 3 aprile, a due mesi dalla morte, torneremo a esporre le nostre richieste. Dobbiamo essere in tanti. Non permettiamo che la vicenda di Giulio cada nell’oblio. Non lasciamo sola la sua famiglia e facciamo sentire le nostre voci. Perché il silenzio è uguale a morte.