Daria Colombo è brava scrittrice e attivista instancabile. Una di quelle persone senza le quali, per esempio, non ci sarebbero stati i girotondi nel 2002. Da pochi giorni è a capo della lista “arancione” per le Comunali di Milano. Venerdì scorso, con il marito Roberto Vecchioni, era a Massafra per ritirare il Magna Grecia Awards 2016. C’ero anch’io. Non la conoscevo personalmente. Donna garbata, elegante e colta. Dopo la premiazione, a fine cena, mi ha detto ironicamente che di lì a poche ore molti avrebbero parlato di lei. Non era difficile intuire che stesse alludendo alle elezioni di Milano: “Ti candidi a sindaco?”, le ho chiesto. Ha sorriso.

Daria-ColomboMagari col Pd?”, ho aggiunto scherzando. Mi ha risposto, sempre con garbo, che con il Pd non avrebbe potuto farlo: è un progetto che sente distante, ancor più con Renzi. Proprio per questo – scelta nobilissima – aveva avvertito il dovere di rimettersi in gioco in prima persona. “Non dentro il Pd, però. Non è un caso che il mio ultimo romanzo si chiuda proprio poco prima che il Pd nasca”. Il suo ultimo romanzo, peraltro bello, è Alla nostra età, con la nostra bellezza. Parte nel 1992 e si chiude nel 2007. “Nel terzultimo e penultimo capitolo si intuisce cosa pensi del Pd”, mi ha detto venerdì. Ecco: non ne pensa benissimo. Quella sera Daria Colombo non ha voluto sbilanciarsi ulteriormente, ma alla luce di quanto da lei affermato era lecito immaginarsi – come minimo – una candidatura alternativa a Sala.

Magari con Civati. La realtà è stata appena diversa. Daria Colombo è sì a capo della lista arancione, dunque non nel Pd renziano. Proprio come aveva anticipato. C’è solo un problema: la sua lista corre in appoggio di Beppe Sala. E quindi di Renzi. Siam sempre lì: alla presunta montagna che partorisce un topolino. Alla “sinistra” che abbaia tanto, ma che non morde mai e alla fine obbedisce puntualmente al Caro Leader. La solita sinistra salottiera e borghese, che gioca ancora a turarsi il naso convinta che il berlusconismo dichiarato (Parisi) sia peggiore, o anche solo veramente diverso, di quello mascherato (Sala-Renzi). Una sinistra ovviamente griffata Sel e doppiamente colpevole, perché si riduce a stampella connivente di Renzi.

Finge di contrastarlo ma, con la scusa sempiterna del “condizionarne le scelte combattendo dall’interno”, non è che l’innocuo cavallo di Troia del renzismo. La Colombo si è detta certa che i voti arancioni saranno decisivi per far vincere Renzi: come se fosse un vanto, come se la cosa non rendesse questa operazione ancora più surreale (e colpevole). A Milano la sinistra poteva vincere, e valeva la pena quantomeno provarci, ma sarebbe stato troppo rischioso o peggio ancora stancante: meglio tornare all’ovile, giocando inizialmente ai ribelli per poi agitare la spauracchio del “rischio centrodestra”.

Non stupisce che la lista pisapiesca-menopeggista piaccia a Gad Lerner, emblema del giornalista indipendente (con la tessera del Pd in tasca) e dell’attivista pensoso che ieri bivaccava al Bar Casablanca di gaberiana memoria e oggi ha un’idea sempre più calcistica della politica: il punto, per quelli come lui, non è essere di sinistra ma tifare – e votare – Pd. A prescindere da cosa faccia il Pd. Come se il partito fosse l’Inter, e pazienza se ieri c’era Mazzola e oggi Kondogbia.

È ogni giorno più avvilente constatare come i girotondini barricaderi di ieri si siano spesso ridotti a renziani (neanche troppo) in incognito. Più che continuare a ripetere che “non ci sono alternative a Renzi”, bisognerebbe dire una volta per tutte che è proprio la “sinistra” a non volere alternative. Se una figura caricaturale come Renzi è stata trasformata nel delirio generale in una sorta di “leader onnipotente”, è anche colpa di questa gauche caviar al livello minimo di coscienza.

 

Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2016