Dopo aver commentato quasi in diretta quello che stava accadendo a Bruxelles, è arrivato il momento di guardarsi intorno e prestare ascolto alle varie reazioni (tutte) suscitate dagli attentati. A due giorni dal doppio attacco all’aeroporto Zaventem e alle stazioni metro vicine agli edifici delle istituzioni europee nella capitale belga, come già si è avuto la possibilità di notare dopo i fatti di Parigi, un vasto e variegato campionario di commenti e opinioni si è riversato sul web (compresa la mia, ovviamente); non solo: come al solito, in questi casi, si è chiesto espressamente, in particolare in diverse trasmissioni televisive, al cosiddetto Islam moderato di condannare e prendere le distanze da quello che gli attentatori di Bruxelles avevano compiuto “nel nome di Allah” e contro l’Occidente.

Bruxelles, giorno dopo attacchi: tra controlli e commemorazioni

Una domanda sorge spontanea: ma perché continuiamo a chiedere alle vittime del terrore dello Stato Islamico e a chi non ne ha mai condiviso l’ideologia di prendere le distanze da qualcosa che, in modo tanto drammatico quanto accaduto in Europa (se non di più), colpisce e mira a colpire anche loro? Ho avuto modo di parlarne con l’Imam Saifeddine Maaroufi della comunità islamica di Lecce, col quale si è chiacchierato anche e soprattutto delle condizioni delle comunità islamiche in Europa e del ruolo che gli imam assumono nell’impedire la radicalizzazione e la diffusione di idee vicine a quelle del Califfato Nero.

“C’è dell’amarezza in questo fatto. Io dico ‘va bene, lo ribadiamo’, ma cresce un certo risentimento contro chi dovrebbe sapere e informare del fatto che si chiede di condannare le azioni dell’Isis a quelle persone che hanno subito e stanno subendo le stesse cose. L’Islam moderato – continua l’Imam Saifeddine – è vittima dello Stato Islamico tanto quanto gli occidentali”. Dopo i reportage sulle banlieues parigine successivi agli attacchi al Bataclan e allo Stade de France, adesso è arrivato il momento dei servizi su Molenbeek e Schaerbeek. Il focus sui quartieri dove gli attentatori si erano nascosti o avevano il loro covo permette di cominciare a fare una riflessione più approfondita su quale sia il background sociale (e penale) di coloro che si dimostrano essere più sensibili di tutti al richiamo della propaganda del fondamentalismo islamico. I fratelli El Bakraoui erano belgi di nascita e avevano entrambi pesanti precedenti penali, tendenza che conferma quel che già si è potuto osservare in passato nel caso di diversi foreign fighters: “sono giovani non in tutti i casi con un passato criminale così pesante, ma che sicuramente sono cresciuti con un disagio sociale notevole e che non sono riusciti a trovare un posto per se stessi né nella loro società né, in alcuni casi, nelle loro famiglie. Hanno avuto un passato da giovani delinquenti, sempre borderline. La propaganda dell’Isis punta a dargli un obiettivo nella vita”.

Allo stesso tempo, però, non bisogna assolutamente cadere nel tranello di credere che i simpatizzanti dell’autoproclamato Stato Islamico rispettino integralmente il Corano come dicono. “Questi giovani sicuramente sono ‘analfabeti’ dal punto di vista religioso, non sono cresciuti in un ambiente in cui i veri principi dell’Islam sono stati trasmessi: non hanno ricevuto alcun insegnamento sulla misericordia, sulla pace, sull’amore, e dopo dei momenti di difficoltà si vorrebbero pentire o vorrebbero trovare un vero motivo per vivere, o peggio, per morire. L’Isis li accoglie nella propria ideologia, dicendo ‘voi sarete coloro che alzeranno di nuovo alta la bandiera del Profeta sopra la terra dei crociati’, ma il principio di andare ad attaccare, a terrorizzare le persone deliberatamente, non fa parte della cultura islamica”.

Per questo motivo risulta fondamentale il ruolo degli imam all’interno delle comunità islamiche, per intervenire e fare in modo che non prendano piede derive estremiste all’interno del proprio gruppo di fedeli: “si parla di chiudere moschee, di impedire l’apertura di altre. Nel rifiuto della possibilità di avere moschee e centri culturali con biblioteche, i giovani preferiscono rimanere in piazza, nei mercati, e non venire in moschea per sentire un Imam che gli spieghi l’infondatezza in toto dell’ideologia dell’Isis. Creare uno stato non è un obiettivo nella religione, non è un precetto, non è richiesto: uccidersi è peccato, uccidere è un peccato capitale, e chi lo fa non può sperare di andare in paradiso. Il loro non è un martirio”.

Ma se gli imam costituiscono un punto così importante per l’azione di contrasto alla diffusione del fondamentalismo islamico, c’è da chiedersi se non ci siano, invece, anche alcuni di loro favorevoli alle idee dell’Isis: “In Europa ci sono pochi imam non moderati e che simpatizzano con lo Stato Islamico. Potrà sembrare stano, ma io sono d’accordo con la politica italiana quando si dice che, nel caso in cui si trovi un imam che fomenta l’odio e cerca di trascinare dei giovani verso la guerra e incitare al terrorismo, questo debba essere imprigionato, espulso e che debbano essere percorse tutte le misure necessarie a bloccarlo”.

Tuttavia quella dell’integralismo non è certo la corrente generale: “trovare un imam non moderato è cosa rara, ed esiste comunque una coscienza civile dei musulmani stessi: quando vedono queste cose, le segnalano. C’è una grande partecipazione delle comunità musulmane al mantenimento della sicurezza nel Paese. C’è stato anche un consiglio internazionale dei sapienti musulmani e tra le dichiarazioni, le loro sentenze emesse, fatwah, si dice chiaramente che è un dovere di ogni musulmano di questo mondo di combattere l’Isis”.

Ancora una volta, la prova è che il terrorismo islamico non si può combattere creando una dicotomia noi/loro in cui si colloca il mondo islamico nella sua interezza al di là della staccionata. È una battaglia che va combattuta insieme, occidentali e Islam moderato, per sradicare dalle nostre società quel fondamentalismo che semina morte e terrore dalla Tunisia al Belgio, da Ankara a Parigi. Con la vittoria dei muri non muore solo l’Europa delle istituzioni, come si augurano alcuni, ma anche un modello di società votato all’integrazione che non può essere abbandonato di fronte a pericoli di portata globale come quello dello stragismo di matrice islamica. Chi muore a Parigi e a Bruxelles non è solo cristiano o occidentale, ma anche musulmano: un dettaglio non trascurabile e che non possiamo dimenticare.