Un ululato tra i ruderi di un castello, eserciti che si schierano in battaglia, un’aurora boreale inattesa. Questi sono solo alcuni dei bagliori elettronici emanati da “Birth”, secondo capitolo della trilogia firmata Dardust, progetto strumentale del compositore Dario Faini. Il disco, uscito il 18 marzo per INRI, ha preso vita in una temperie artistica ben diversa da Berlino, in cui era stato registrato un anno fa “7”. Per creare il suo secondo atto, Dardust si è trasferito infatti nella lontana Islanda, facendo tappa nei Sundlaugin Studio (stessa location su cui si sono appoggiati Sigur Rós e Jon Hopkins per le loro registrazioni).

L’isola di fuoco e di ghiaccio, diventata ormai un santuario musicale per artisti del calibro di John Grant e Damien Rice, non è solo un luogo geografico, ma è anche una sorta di metafora. Questo l’ha capito bene Faini, che insieme ai sinth e alle programmazioni di Vanni Casagrande, ha inciso sui solchi di “Birth” le contraddizioni della natura islandese, trasformando i paesaggi in soundscapes e i suoni in significati. Una narrazione coerente, serrata, non priva di colpi di scena. Già “The Wolf”, primo singolo estratto dell’LP, mette subito in chiaro che la formula modern-classical di “7” è stata superata a vantaggio di una presenza sempre più determinante del comparto elettronico. La composizione del singolo parte infatti da un beat arpeggiato di Casagrande, su cui poi Faini plasma l’immaginario circostante con la scrittura pianistica, con tanto di campionamento di ululato. Il risultato non è più quell’atmosfera rarefatta del precedente berlinese, ma un western post-apocalittico con l’ultimo degli Stark di Grande Inverno.

Voi direte che non ci sono i lupi in Islanda, ed è forse l’unica licenza poetica del disco. Il ribollio esplosivo dei geyser e il gelido silenzio della “Hringvegur” (la Statale 1 che percorre circolarmente l’isola) sono la sottotraccia su cui Dardust ha costruito il suo storytelling elettronico, combattuto tra “slow” e “loud”. Il drumming impetuoso, figlio delle esperienze live dell’ultimo anno, è l’elemento di novità che si aggiunge alla già consolidata vocazione cinematica del progetto. Rullanti e timpani trovano la loro massima celebrazione in “Bardaggin (The Battle)”, una fanfara che sprigiona l’epicità degna di una carica di cavalleria. La componente slow, invece, trova i suoi passi più luminosi nella titletrack, nell’elegiaca neoclassicità di “Slow is the new Loud” e nel sussurro notturno di “Næturflug”. Insieme alle delicate sezioni di archi di Carmelo Emanuele Patti, Simone Sitta e Simone Giorgini, il pianoforte di Faini nelle fasi più dilatate dimostra di essere in uno stato di grazia, come se l’entusiasmo di trovarsi in una delle sue patrie musicali predilette si convertisse in pura emergenza creativa. Giocano bene il loro ruolo anche strumenti come la celesta, il glockenspiel e l’harmonium, che arrotondano il suono avvicinandolo a mood spiccatamente nordici.

In alcuni momenti, “slow” e “loud” convivono nello stesso titolo, separati solo da qualche battuta, come accade in “Hringvegur”, dove la variazione dei paesaggi in una corsa in auto lungo la Statale 1 è insieme pretesto e contesto in cui il è nato il pezzo, oltre che nella riuscita collaborazione con Sir Bob Cornelius Rifo (The Bloody Beetroots) da cui è nata “Take the Crown”. Entrambe le tracce si candidano come singoli non solo per l’orecchiabilità, ma anche per come sintetizzano gli opposti polari del disco. “Birth” è una terra di mezzo, un po’ come l’isola a cui s’ispira. Si pone tra il pianismo spaziale di “7” e il nuovo corso del progetto, quel “loud” che vedremo più compiuto nella terza e ultima tappa londinese della trilogia di Dardust. Questa terra, però, ha bisogno di un’esplorazione paziente, vuole quella cura e quell’attesa che spinge fotografi di mezzo mondo a passare notti gelide ad aspettare le aurore boreali. E, credetemi, alla fine del disco l’aurora arriva davvero.