Pollice verso del mercato sui conti di Rcs che non ha rispettato gli impegni con le banche. Per questo sta vivendo una “fase di significativa incertezza” come si legge nel comunicato sul bilancio 2015 diffuso martedì in serata. In più l’azienda continua a perdere soldi: l’editore del Corriere della Sera ha chiuso l’esercizio con un rosso da 175,7 milioni, in peggioramento rispetto ai 110,8 milioni di un anno fa. I ricavi stagnano (-3,1%) e i debiti registrano un lieve aumento a 486,7 milioni. Scendono sia gli introiti della diffusione (-25 milioni a 421 milioni) che quelli pubblicitari (-16 milioni a 475 milioni). “Il confronto è penalizzato dall’effetto positivo delle iniziative speciali e dei Mondiali di Calcio nel 2014, escludendo il quale – al netto dei ricavi legati a Expo – il decremento dei ricavi pubblicitari del Gruppo Rcs si attesterebbe al 2%”, spiega la nota.

“Pur considerando la rilevante incertezza sopra descritta che può far sorgere dubbi significativi sulla capacità del Gruppo di continuare ad operare sulla base del presupposto della continuità aziendale”, gli amministratori “ritengono ragionevole l’aspettativa che Rcs possa disporre di adeguate risorse finanziarie per continuare l’esistenza operativa in un prevedibile futuro”. Alla base della decisione c’è il fatto che è ancora aperto il tavolo negoziale sui debiti avviato con le banche creditrici per estendere le linee di credito. Inoltre sono attesi a stretto giro gli introiti della vendita di Rcs Libri a Mondadori e, in ultima analisi, il consiglio ha sempre in mano una delega per un aumento di capitale da 200 milioni da effettuare entro il 30 giugno 2017.

Tuttavia il tempo stringe perché, come ricorda la nota, la società guidata da Laura Cioli dovrà trovare una nuova intesa con gli istituti di credito entro il 30 aprile. Sul tavolo, l’ad, nominato appena lo scorso 12 novembre, ha messo il nuovo piano industriale al 2018 in cui prevede il costante miglioramento del rapporto fra debito e margine operativo lordo. Ma il punto è che, come ha spiegato la stessa Cioli, resta la richiesta di alcune banche di collegare covenant (i vincoli di bilancio legati ai prestiti, ndr) alla ricapitalizzazione, una correlazione “che né io né il consiglio siamo disposti ad accettare”.

La situazione di Rcs è dunque assai delicata ed è anche molto fluida sotto il profilo dell’azionariato, complice l’imminente addio della Fiat. Nonostante la critica situazione finanziaria, l’azienda, che impiega più di 3.600 persone, è sotto i riflettori. Anche perché sul mercato il gruppo, che fattura oltre un miliardo, vale appena 263 milioni. Agli addetti ai lavori, del resto, non sfugge il fatto che l’editrice nonostante le dismissioni, abbia ancora in pancia marchi come Corriere e Gazzetta dello Sport, ma è anche proprietaria di Unidad Editorial, polo editoriale spagnolo da cui derivano i mali del gruppo e che racchiude il secondo quotidiano iberico, El Mundo, il leader dell’informazione sportiva spagnola, Marca, e il quotidiano economico-finanziario, Expansión.

Non a caso il presidente di Unicredit, Giuseppe Vita, ha recentemente dichiarato proprio al Corriere di immaginare un futuro internazionale per via Solferino. E’ evidente però che, uscita di scena la Fiat, a decidere il destino di Rcs saranno le banche creditrici. Soprattutto quelle socie come Intesa e Mediobanca, crocevia di interessi editoriali internazionali grazie alla presenza nel capitale del francese Vincent Bolloré e di Silvio Berlusconi. Proprio il finanziere d’Oltralpe, socio di Telecom, e la famiglia dell’ex premier sono nel pieno di una trattativa per creare una pay tv europea. Ma nei progetti di Bolloré, che in Francia è leader nella free press e ha tentato di conquistare diversi giornali cartacei, c’è una vera media company latina che comprenda Francia, Italia e Spagna. Una partita alla quale, direttamente o indirettamente, come spettatore o protagonista, è interessato anche il gruppo Rcs che, complici gli errori del passato, assiste in silenzio al processo di consolidamento editoriale europeo. Mentre in Borsa il titolo continua a perdere terreno e all’indomani della pubblicazione dei conti ha ceduto il 2,8% a 0,49 euro, il 20% in meno rispetto ai prezzi del 2 marzo, giorno della notizia dell’uscita della Fiat.