Donne di Fatto

Cara Binetti, alle partorienti non serve la cintura strizza pancia

Da poco ho appreso che quella che ho subito tempo fa in sala parto ha il nome di violenza ostetrica. L’ho appreso grazie al lavoro dell’associazione che oggi si oppone all’adozione, nelle sale parto, di una cintura strizza pancia che dovrebbe riprodurre la nefasta manovra di Kristeller. Allora consegno, per oggi, questo mio spazio alle attiviste di Freedom for Birth Rome Action Group che vi racconteranno, per filo e per segno, quello che succede. Buona lettura!

Paola Binetti è relatrice di una proposta di Legge che prevede l’adozione in tutte le sale parto italiane di una cintura che serve a spingere sulla pancia delle donne durante il parto. Da tempo gli studi scientifici ci dicono che applicare una spinta sulla pancia in fase espulsiva (manovra di Kristeller) è una pratica altamente sconsigliata perché può causare gravi danni.

E’ incredibile che si voglia rendere obbligatoria l’adozione di un dispositivo medico la cui utilità non è dimostrata da nessuno studio scientifico serio, come si comprende leggendo la revisione della letteratura scientifica sul tema condotta da Serena Donati dell’Istituto Superiore di Sanità. Donati, in conclusione del suo lavoro di revisione, afferma: “quanto alla proposta di legge l’intero impianto si basa sulla promozione di un dispositivo che, a causa della mancata validazione in termini di sicurezza ed efficacia, non può essere proposto per l’utilizzo nella pratica clinica, salvo che a scopo di sperimentazione.”

L’11 marzo eravamo presenti alla Camera del Deputati ad un convegno sulla sicurezza nel parto organizzato dalla stessa Binetti, il nostro commento sulla giornata ha suscitato indignazione tra le donne, tra le ostetriche e tra professionisti sanitari, anche la Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche ha rilasciato un comunicato stampa in cui condanna fermamente l’ipotesi di approvazione di un tale disegno di Legge ed è di pochi giorni fa la dichiarazione dell’On Nicchi che riprende alcuni passi del nostro commento.

Sappiamo molto bene cosa andrebbe fatto durante il travaglio e il parto per aumentare il livello di sicurezza e migliorare gli esiti di salute di donne e persone che nascono, c’è una mole di letteratura scientifica di grande qualità in materia. Il problema è che in ostetricia non si fa ciò che si dovrebbe fare e si fanno cose che non si dovrebbero fare, le principali Raccomandazioni e Linee Guida sull’assistenza appropriata dicono chiaramente che i tempi del travaglio devono essere rispettati, che la donna deve potersi muovere liberamente e scegliere le posizioni che preferisce, che pratiche come visite vaginali ripetute, l’uso di farmaci per indurre o accelerare il travaglio, la rottura manuale delle membrane, l’episiotomia (un taglio di perineo e vagina, in gergo chiamata “taglietto”), la manovra di Kristeller (spesso definita “aiutino”), l’obbligo alla posizione sdraiata sul lettino, il monitoraggio in continua, il non permettere ad una persona scelta dalla donna di essere presente, la separazione dopo la nascita tra madre e neonat*, sono procedure da evitare o da eseguire in poche e ben definite situazioni.

La realtà della sala parto è un’altra, lo abbiamo descritto in un breve cortometraggio ironico, queste cose sono ampiamente praticate, molto spesso senza che ce ne sia una ragione clinica e senza il consenso della donna e ciò aumenta il rischio di parti operativi ed il numero di tagli cesarei (la cui percentuale nel nostro Paese è ben al di sopra di quanto raccomandato dall’Oms).

Tutto questo ha un nome: Violenza Ostetrica, un fenomeno riconosciuto nell’ordinamento giuridico di alcuni Paesi e talmente diffuso che l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha denunciato in un documento del 2014 che chiede azioni forti per la sua eliminazione.

Ogni volta che ne parliamo pubblicamente le donne ci raccontano le loro storie e spesso si rendono conto dolorosamente che esiste un nome per quell’abuso che hanno subito, spesso sotto il ricatto emotivo del “e se poi succede qualcosa” che insinua paure infondate per la salute di chi nasce. Alle donne si chiede di accettare come normale e inevitabile una forma di violenza, a conferma del modello della Madre come colei che deve essere pronta al sacrificio di sé.

Perché una legge del genere? A chi giova? Binetti, a seguito della succitata dichiarazione di Vicario, presidente Fnco, si è chiesta come mai ci sia tanta attenzione alla questione dell’adozione della cintura, mentre, a suo dire l’intento del ddl è unicamente quello di promuovere e tutelare la sicurezza nel parto. La preoccupazione nostra come di altri è che se il ddl passasse, l’adozione della cintura entrerebbe a far parte dei Livelli Essenziali di Assistenza, rendendo di fatto obbligatorio per ogni punto nascita italiano l’acquisto di tale dispositivo e la formazione continua degli operatori al suo utilizzo.

Inoltre, per citare ancora Donati: “la riqualificazione dell’assistenza al percorso nascita rappresenta una materia complessa che, ragionevolmente, non può essere affrontata e tantomeno risolta grazie all’introduzione di un nuovo presidio medico.”

Le donne non hanno bisogno di questa Legge, ma di un’assistenza appropriata, del rispetto delle loro scelte libere e informate e del riconoscimento delle loro competenze, ma sappiamo che l’autodeterminazione non fa profitto. 

Mirta Mattina (Psicologa)
Virginia Giocoli (Avvocata)
Gabriella Pacini (Ostetrica)
Carmen Rizzelli (Psicologa)

attiviste di Freedom for Birth Rome Action Group

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