Una richiesta e insieme una sorpresa, che in un qualche modo si burla di quel mondo accademico di cui lui stesso faceva parte e che, per questo, conosceva molto bene: “Non autorizzate convegni su di me per i prossimi dieci anni”. Così Umberto Eco, a un mese dalla sua morte, stupisce e diverte ancora, con un testamento in cui chiede alla moglie e ai figli di non organizzare giornate di studio e di non dare il via libera a eventi pubblici, accademici e non, intitolati a suo nome. Silenzio obbligatorio, almeno fino al 2026. Lo ha riferito la vedova dell’intellettuale, Renate Ramge, alla semiologa, docente all’Università di Bologna ed ex collaboratrice di Eco, Patrizia Violi.

Secondo quanto riporta l’edizione locale di Repubblica, che ha anticipato la notizia, Renate Ramge ha chiamato la professoressa Violi sabato 19 marzo, poco prima di una riunione organizzata alla Scuola superiore dei studi umanistici di Bologna, da colleghi e amici di Eco, proprio con lo scopo di discutere di un convegno internazionale dedicato al semiologo. La vedova ha riportato le ultime volontà di Eco. E la sua richiesta, rivolta alla famiglia, di non autorizzare o promuovere appuntamenti su di lui, o dedicati al contributo che il suo lavoro ha dato alla semiotica e alla letteratura. Una rivelazione che ha convinto gli accademici bolognesi a bloccare sul nascere l’organizzazione dell’evento, a cui lo stesso rettore dell’università, Francesco Ubertini, aveva già dato l’ok.

“La notizia ci è stata data dalla professoressa Violi la scorsa domenica – ha specificato a margine di un incontro l’assessore alla Cultura di Bologna, Davide Conte – quando stavamo inaugurando la piazza coperta della biblioteca Sala Borsa, che ha ora il nome di Umberto Eco. Il nostro non era un convegno sul professore, ma solo un’iniziativa per ricordarlo. Comunque non abbiamo in programma convegni per il futuro”.

Anche tra i corridoi dell’Alma Mater, dove Eco fondò il Dams e Scienze della comunicazione, e dove nel giugno scorso aveva ricevuto il Sigillum magnum, nessuno ha intenzione di non rispettare il divieto. Anche perché la richiesta di silenzio è stata vista dai docenti, dagli ex collaboratori dello scrittore e dai suoi studenti come un ultimo “colpo di genio”. Una decisione che porta con sé il marchio ironico e lo stile inconfondibile del maestro. Ma che allo stesso tempo costringe chi rimane ad aprire anche una riflessione sulla fragilità della memoria e sulla bulimia di parole pubbliche.