Tutti abbiamo visto lo scatto in cui Barbara D’Urso, una settimana fa, nel tentativo di apparire più sexy del solito era photoshoppata a tal punto da rendere la porta alle sue spalle distorta, come in una scena di Matrix, e ne abbiamo riso. Come abbiamo più volte maliziosamente riso delle luci sparate in faccia a Paola Ferrari, trucco vecchio come il cucco per nascondere le rughe. Un cono di luce intensa, come in certe rappresentazioni sacre, e tanti saluti agli altri ospiti, lasciati mestamente in ombra.

Grasse risate le nostre, perché fa sempre ghignare vedere gli altri mentre tentano di mostrarsi per qualcosa di diverso da quel che sono. Guarda che collo ha tizio, cosa mai pensa di poter nascondere tirandosi il volto? Talmente tanto photoshoppato da non avere più espressione. Maledetti art director. Tutto vero. Tutto sacrosanto. Tutto più che giusto. Ma noi?

Siamo altrettanto capaci di sorridere anche dei nostri goffi tentativi di sovvertire le leggi della natura? O piuttosto, siamo così sicuri che nel momento in cui ci mostriamo al mondo, al mondo della rete, nostro piccolo schermo e nostra edicola, non adottiamo esattamente gli stessi trucchetti che poi ci fanno ghignare in mano agli altri?

Calma, calma. Non ho detto che voi siate sotto dipendenza da photoshop. Sono partito da una prima persona plurale proprio per sottolineare come nessuno, ma proprio nessuno nessuno è esente da colpe, quando si parla di trucchetti, anche chi scrive.

Fate una prova. Aprite Facebook o Instagram e gettate uno sguardo sulla home. Cosa vedete? Novantanove volte su cento vi capiterà di incappare in fotografie i cui l’uso dei filtri ha il ruolo da protagonista ben più dei soggetti fotografati o dei panorami che fanno da sfondo.

Siamo tutti vittime di questa forma di chirurgia estetica dell’immagine, come tanti piccoli protagonisti di un programma di Real Time. E se non usiamo filtri, perché non abbiamo uno smartphone che ce lo permette, abbiamo sviluppato un sesto senso per farci immortalare o per immortalarci da soli esposti a luci favorevoli, col profilo giusto, con quella particolare angolazione che mette in risalto i nostri muscoli, le nostre curve o quel che pensiamo ci sia nel nostro fisico da sottoporre all’attenzione del nostro pubblico virtuale. Tutti, nessuno escluso.

Quando capita di leggere quegli articoli allarmistici che dicono che, a causa della digitalizzazione dirompente, corriamo il rischio di non lasciare traccia visiva del nostro passaggio, tutti troppo intenti a fotografare da non andare poi a stampare più nulla, in realtà leggiamo un paradosso. Perché, se in un futuro lontano, qualcuno dovesse davvero mettere mano alle nostre foto, quel che si troverebbe di fronte sarebbe un immaginario non molto conforme alla realtà.

Nelle foto che girano sui social, e niente è più il mondo reale dei social oggi, non esistono gli anziani. Siamo tutti giovani. Tutti senza rughe. Tutti senza capelli bianchi, se non per vezzo. Tutti coi capelli, se non per scelta estetica. Niente rughe. Niente calvizie dirompente. Ma non basta. Non ci sono neanche i grassi. O i bassi. Quindi, niente anziani e niente brutti. Siamo tutti conformi a un prototipo ideale. Tutti standardizzati. Tutti belli. Tutti alti. Tutti magri. Tutti muscolosi. Tutte formose.

Ridiamo dello stacco di gambe di una Mariah Carey o Cindy Lauper, ma poi ci facciamo fotografare con una determinata prospettiva per cui sembriamo tutti intorno al metro e novanta. Sotto la terza, praticamente, non esiste essere vivente di sesso femminile. E anche a lato B, a dirla tutta, Nicki Minaj o Kim Kardashan sono diventate modelli imperanti.

E quando un giorno le scolaresche del futuro verranno messe di fronte al nostro lascito iconografico, esattamente come oggi succede con i bambini che vengono portati in Val Camonica di fronte alle iscrizioni rupestri dei Camuni, ci sono ottime possibilità che inizieranno a sghignazzare di noi, esattamente come succede nella valle bergamasca in questione. “Signora maestra, ma questi antichi non sapevano proprio fare le foto, guarda, si facevano tutti uguali, erano proprio dei primitivi…”.