Tre anni nell’Esercito italiano, poi il ritorno alla vita civile “in una cooperativa in provincia di Brescia a fare un lavoro da schiavi”. Infine la decisione di partire per il Donbass, Ucraina orientale o Nuova Russia, per unirsi alle milizie che combattono per la secessione da Kiev dopo la rivolta di Euromaidan. Sono 50 i morti della strage di Odessa del 2 maggio 2014 che spingono Spartak, questo il suo nome di battaglia, a unirsi alla guerra che si combatte nelle provincie ribelli di Donetsk e Lugansk: “Vedendo quelle immagini ho capito che non eravamo davanti alle solite proteste, ma a qualcosa di più grosso”. Il filmato è stato girato nei sobborghi di Donetsk, a poche decine di metri dal fronte, dove è ancora in atto una fragile tregua fra le due parti in lotta. “L’Esercito ucraino non usa l’artiglieria – spiega Spartak – ma spara con tutto il resto. Anche con i lanciagranate che in certi posti sono classificati come artiglieria”. Dopo l’addestramento, l’italiano è stato mandato subito in missione e ha partecipato alla drammatica battaglia per il controllo dell’aeroporto di Donetsk dove è stato ferito a entrambe le gambe. Una volta guarito però è subito voluto tornare a imbracciare il suo kalashnikov per unirsi ai commilitoni filorussi. “Il Donbass è la trincea d’Europa dove si combatte contro il mondialismo americano e delle banche e si lotta contro il potere di poche famiglie che per il potere stanno distruggendo le tradizioni e l’identità di un popolo”. Sa bene che la guerra è ancora lunga, ma si dice certo della vittoria finale e dell’indipendenza delle due province ribelli. Di riconciliazione non vuole neanche sentire parlare, anche se specifica che è un suo parere personale: “Nessun perdono per i militari ucraini”. Nostalgia di casa? “A volte della mia famiglia – risponde – Ma non ho in programma di rientrare in Italia, almeno per il momento. Questa è la mia nuova casa e so cosa mi attenderebbe al mio rientro: il decreto Alfano che punisce i foreign fighters mi attende” di Eliseo Bertolasi