Costa d'Avorio 2 675

L’ultimo attacco terrorista in Africa, quello nella Costa d’Avorio, conferma quanto molti temevano, che il Sahel ed il Nord Africa sono il terreno più fertile per il proselitismo jihadista. Si parla di terrorismo jihadista perché la denominazione al Qaeda o Stato Islamico è irrilevante, infatti nessuno degli attacchi è stato organizzato, pianificato ed eseguito da queste organizzazioni. In primis, al Qaeda nel Maghreb, conosciuta con la sigla AIQM, non è mai stata una succursale di al Qaeda, piuttosto è un’organizzazione autonoma, finanziata con il contrabbando – in particolare quello della cocaina – di ex membri del GIA algerino. Quindi non ha mai preso ordini da Bin Laden o da al Zawahiri, l’attuale leader, né ha mai abbracciato la loro visione della lotta armata, e cioè l’attacco contro il nemico lontano, Stati Uniti e Occidente. Da al Qaeda ha preso solo la sigla. In secondo luogo, il Califfato fornisce al jihadismo globale, tra cui Boko Haram, al Qaeda nel Maghreb, al Shabaab, al Qaeda nella penisola arabica, una sorta di ombrello ideologico. Ma ognuna di queste organizzazioni è indipendente sia finanziariamente che politicamente.

Ciò che l’Occidente non capisce è che il movimento armato jihadista non è un’entità monolitica, un esercito transnazionale che fa esattamente quello che gli viene detto dal califfo perché da lui finanziato. Al contrario, ci troviamo di fronte ad una vasta gamma di gruppi armati che non solo si autofinanziano con attività illegali, prima fra tutte il contrabbando di droghe, ma che non hanno nessuna intenzione di fondersi gli uni con gli altri.

Gli attacchi terroristi in Africa, ce ne sono stati più di 200 nel Sahel, negli ultimi sei mesi, non sono diretti alla creazione del califfato del sahel ma sono funzionali al mantenimento dell’attività criminale di chi li mette in atto. Che significa? Che organizzazioni come al Qaeda nel Maghreb o al Murabitum, nata da una costola della prima, esistono proprio grazie all’instabilità politica della regione, si nutrono dell’anarchia che regna in alcune parti del Sahel. Qualsiasi miglioramento politico, economico e sociale peggiora la loro condizione e mette a repentaglio il loro business e la loro sopravvivenza.

Gli attacchi in Mali e nel Burkina Faso erano chiaramente diretti contro un tipo di uomini e donne d’affari africani che viaggiano lungo il continente, sono stati sferrati per scoraggiare questi individui che appartengono alla nascente borghesia africana, quella classe media senza la quale l’Africa non riuscirà mai a modernizzarsi. L’attentato in Costa d’Avorio, che ha portato a 50 il numero delle vittime negli attacchi contro gli alberghi africani, conferma questa strategia e va oltre. Si è voluto, infatti, colpire una Paese che è riuscito a sollevarsi dal caos politico e che da qualche tempo ha attirato l’interesse degli investitori stranieri.

Dalla fine degli anni Novanta fino al 2011 la Costa d’Avorio ha registrato grandi tensioni sociali, instabilità politica ed è stata vittima di una seria crisi economica che, durante la crisi post-elettorale del 2011, ha fatto contrarre del 4,7 per cento il Pil reale. Da allora le cose sono cambiate. L’economia è cresciuta ad una media del 9% nel periodo 2012-2013 prima di rallentare leggermente la crescita stabilizzandosi intorno al 7,9 % nel 2014 e 2015. Il Pil reale pro capite è aumentato di oltre il 20 % durante il periodo 2012-2014. Tutti i principali settori economici hanno contribuito alla ripresa economica e dell’occupazione. Una combinazione di buone condizioni meteorologiche e l’introduzione dei prezzi minimi per le colture di esportazione hanno sostenuto la produzione agricola. Il rimbalzo in agricoltura è stato guidato da un aumento della produzione di cacao, di arachidi, di cotone, e di altre colture alimentari, tra cui il riso e il granoturco. La produzione industriale è aumentata grazie anche alla realizzazione di grandi progetti di infrastrutture pubbliche. Tutto ciò rischia di essere compromesso se la Costa d’Avorio viene identificata con l’avanzata del jihadismo africano che dal Mali, Burkina Faso e Niger si sta spostando verso le coste dell’Africa occidentale.

Mentre nel Mali, al Qaeda nel Maghreb è riuscita a distruggere il fiorente turismo di Timbuctu e quello delle aree ad esso circostanti; mentre in Burkina Faso ha preso di mira la nascente classe media africana, in Costa d’Avorio l’obiettivo è sabotare la ripresa economica di una nazione africana e farne terra bruciata per l’investimento estero.

Non è dunque vero che che l’ondata di terrorismo di matrice jihadista in Africa è motivata dalla presenza francese nella regione. Certamente questa dà fastidio alle varie organizzazioni jihadiste. Si pensi che circa 18.000 cittadini francesi vivono nella Costa d’Avorio ed oltre 20.000 risiedono in Senegal. La Francia ha anche 3.500 soldati di stanza nella regione, che pattugliano dal Senegal fino all’estremo ovest in Ciad. Una base militare francese a Abidjan, presidiata da circa 800 soldati, infine, funge da hub logistico per le operazioni regionali contro le forze jihadiste del Sahel. Ma non è la Francia il vero obiettivo della lotta armata jihadista in Africa né tanto meno la costruzione del Califfato del Sahel a immagine e somiglianza di quello dello Stato islamico.

Anche se alcuni gruppi hanno dichiarato sudditanza e vassallaggio al Califfo, il jihadismo africano è più vicino ai narcotrafficanti sudamericani che al nazionalismo dell’Isis. In altre parole, gli attentati degli ultimi mesi vogliono difendere il business principale con il quale i gruppi jihadisti si autofinanziano: il contrabbando di droghe che transitano dall’Africa occidentale verso l’Europa e verso il resto del mondo. E questo spiega anche perché alcuni degli attentatori della Costa d’Avorio prima di aprire il fuoco si sono fermati al bar dell’albergo, sulla spiaggia, a bere qualche birra.