Si allarga la protesta dei ricercatori precari dell’università italiana, che dal 2 febbraio conducono uno sciopero bianco per il riconoscimento della ricerca come lavoro. “Da quando abbiamo iniziato, hanno aderito alla mobilitazione i ricercatori di più della metà degli atenei italiani. Tutti i principali” racconta Barbara Saracino, ricercatrice a Firenze e portavoce del Coordinamento nazionale ricercatrici e ricercatori non strutturati. Il Coordinamento ha si è riunito ieri, 18 marzo, in un’assemblea pubblica all’Università Bicocca di Milano, per avviare una mobilitazione insieme agli altri fronti di protesta che agitano il mondo universitario. Lo scopo è creare un fronte comune per rispondere alla “drammatica situazione in cui versa il sistema Universitario in seguito alle politiche di smantellamento attuate dai governi negli ultimi anni”.

Si sono già uniti alle fila della mobilitazione i due principali sindacati studenteschi, Udu e Link, la Federazione Lavoratori della Conoscenza della Cgil, l’Adi, associazione dei dottorandi e dottori di ricerca italiani, e la Rete29aprile. “Ci sono diverse mobilitazioni che in questo momento attraversano i nostri atenei, dagli studenti che si oppongono all’aumento delle tasse universitarie ai docenti che boicottano la Vqr (valutazione della qualità della ricerca, ndr)” continua Saracino “pensiamo sia necessario unire le forze, fare un punto delle iniziative in corso e provare a cambiare lo stato non più accettabile delle nostre Università”.

Il Coordinamento nazionale ricercatrici e ricercatori non strutturati ha realizzato anche un video, “Chi offre di meno? #ricercaprecaria”, che presenta in modo ironico “il gioco al ribasso sulla pelle di tutti” che affligge l’università per i continui tagli. Nonché le “condizioni di lavoro sempre più difficili per i ricercatori”, che “portano a un ritardo nello sviluppo culturale, civile e tecnologico del nostro paese”.

L’iniziativa dei ricercatori precari è nata lo scorso febbraio, dopo che il governo ha negato loro l’indennità di disoccupazione prevista per gli altri parasubordinati bocciando un emendamento alla legge di Stabilità. Da quel momento il Coordinamento ricercatrici e ricercatori non strutturati ha iniziato uno “sciopero alla rovescia”, per rendere visibile il lavoro precario negli atenei, che secondo dati Miur da soli rappresentano più della metà del personale che si occupa di didattica e ricerca negli atenei.

Il Coordinamento dei ricercatori precari ha a sua volta avviato un monitoraggio interno, in continuo aggiornamento. Secondo i suoi dati gli attuali assegnisti di ricerca italiani hanno lavorato gratuitamente per gli atenei per un monte ore pari al lavoro di tutti i dipendenti di Regione Toscana e Regione Lombardia in un anno. Nel 2015, gli assegnisti hanno partecipato ad oltre 32mila commissioni d’esame e seguito 29mila tesi.

Il 90 per cento di loro contribuisce alla didattica nonostante la sua mansione preveda esclusivamente la ricerca. Il 97 per cento si occupa anche di mansioni amministrative (es. segreteria per convegni, rendicontazione di progetti), mentre il 79 per cento fa consulenze per conto dell’Università-Ente (es. perizie, interventi). Ma per fare tutto ciò i ricercatori non strutturati devono lavorare mediamente il 44% per cento di ore in più rispetto a quanto previsto dalla Commissione europea per i progetti del programma di finanziamento per la ricerca e l’innovazione Horizon2020.

Mentre la protesta si organizza, per produrre dal basso una Carta dell’Università e della Ricerca pubblica, tace invece il mondo della politica. “In questi mesi abbiamo ricevuto solamente l’attenzione di singoli parlamentari, come il deputato di Alternativa Libera Samuele Segoni che, nella veste di ex ricercatore precario, ha fatto un intervento alla Camera indossando la maglietta rossa della protesta” continua Barbara Saracino. “Il senatore del M5S Alberto Airola ha letto le motivazioni dello sciopero al Senato. Alessia Pitraglia, senatrice Sel, ci segue dalla prima assemblea”. Qualche deputato Pd è stato avvistato in occasione di alcuni momenti di incontro pubblici. “Ma sono tutte iniziative di singoli. Al Miur, invece, tutto tace. Il ministro Stefania Giannini è rimasta in silenzio persino quando il Ministero del Lavoro ha negato ai ricercatori la possibilità di accedere all’assegno di disoccupazione. Hanno detto che la ricerca non è lavoro”.