“Le serre più belle del mondo sono sott’acqua”. Il titolo è quello di un articolo del Washington Post del 30 giugno scorso, e le serre in questione sono a Noli, in provincia di Genova. Le hanno inventate Sergio e Luca Gamberini, padre e figlio come nella migliore tradizione italiana, e ci coltivano lattuga e basilico (dopotutto sono genovesi). I due Gamberini hanno infatti messo a frutto la loro esperienza come scubadivers per lanciarsi in un’impresa un po’ folle: coltivare in fondo al mare, e non stiamo parlano di alghe.Immagine

Il progetto si chiama Nemo’s Garden ed è nato quattro anni fa. Oggi le piccole biosfere sottomarine sono state brevettate, e la società ha il permesso di coltivare sott’acqua per 5 mesi l’anno, da maggio a settembre. Come ogni buona idea che si rispetti anche il giardino di Nemo ha avuto la sua raccolta fondi su kickstarter, che si è chiusa con successo lo scorso agosto. In parole semplici funziona così: l’acqua di mare penetra dentro le bolle poco alla volta, e poi evapora. Le gocce che si condensano all’interno sono perfettamente potabili e ricadono sulle piantine più in basso, nutrendole. Le sfere sono posizionate a 8-10 m, così che i raggi del sole possano raggiungere gli orti sottomarini senza fatica, in particolar modo lo spettro rosso, che è quello necessario alle piante per crescere, e la temperatura è mantenuta costante dall’acqua che le circonda (se la mia spiegazione vi ha confuso le idee, ecco il video).

I Gamberini sono convinti che questo modo di coltivare possa avere un senso non solo per produzioni di super nicchia, ma soprattutto per aiutare ad affrontare il problema della scarsità alimentare, in particolare per quelle zone del pianeta dove c’è più mare che terra, Asia in primis. I vantaggi di questa tecnica di coltivazione sono innegabili: niente insetti, nessun bisogno di pesticidi, offre condizioni perfette per colture che hanno bisogno di tanta acqua e di temperature stabili.

Al momento non sembrano interessati a (s)vendersi alle società e organizzazioni che si sono fatte avanti, anche se gli stessi inventori si rendono conto che potrebbero sopravvenire molti più problemi di quelli che finora hanno previsto: potrebbero sorgere interferenze con l’ecosistema o con la pesca, oppure semplicemente la gente potrebbe non accettare l’idea di cibi provenienti da una coltivazione sottomarina. Il Nemo’s Garden è di sicuro il tentativo più radicale di utilizzare l’acqua di mare per trasformare l’agricoltura, ma di certo non l’unico: un contadino olandese, il signor Van Rijsselberghe, sta lavorando da qualche anno ad un progetto con l’Università di Amsterdam che consiste nel sottoporre alcuni vegetali a diverse tipologie d’irrigazione, differenziate secondo otto livelli di salinità, così da verificare quale coltura può sopravvivere ai vari livelli. Le patate sembrano essere quelle che apprezzano di più l’acqua salata: risultano più dolci delle altre perché la pianta produce più zuccheri per contrastare l’eccesso di salinità, ma allo stesso tempo il sale si concentra nelle foglie, quindi non influisce sul tubero. Nei mesi scorsi ne sono state mandate migliaia di piantine in Pakistan, dove la salinizzazione della terra è sempre più un problema, per verificare la costanza dei risultati ottenuti.
Insomma, perché escludere il mare dall’agricoltura? Si coltiva già sottoterra, nei tunnel dismessi della metropolitana (Londra), con la tecnica idroponica, aeroponica: quasi sempre il risultato è verdura – e frutta – da laboratorio, né più né meno. Per lo meno coltivare l’insalata in fondo al mare ha un che di avventuroso.

Gaia Cacciabue per @SpazioEconomia