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Restano poco meno di dieci giorni, fino al 28 marzo, per vedere la mostra fotografica di Arturo Zavattini al Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma. Mostra sobria e dardeggiante, con fotografie che trafiggono l’occhio e si imprimono nella mente come stimmate di un tempo definitivamente lontano eppure intensamente presente. La mostra, intitolata AZ – Arturo Zavattini fotografo. Viaggi e cinema 1950-1960, raccoglie un po’ meno di duecento immagini realizzate dal giovane fotografo in quel decennio cruciale sia per la fotografia che per il cinema.

Fotografo quasi per caso, perché quando aveva diciannove anni, nel 1949, il padre Cesare gli regalò una macchina fotografica, Arturo Zavattini si è sempre tenuto lontano dalle luci della ribalta, che pure ha frequentato per lavoro con il cinema, essendo stato nella sua carriera prima operatore di macchina (tra l’altro della Dolce vita di Fellini, di cui la mostra documenta il backstage) e poi direttore della fotografia. Ciò che gli premeva, forse anche grazie alla lezione paterna, era osservare, guardare gli altri e il mondo per capire se stesso. E per osservare occorre discrezione e pazienza, occorre consumare un rapporto con le immagini in intimità, tenendo la camera oscura “quasi come un’alcova”, come lui stesso dichiara nel catalogo della mostra.

FELLINI, 1959

L’imprinting allo Zavattini fotografo è dato da una straordinaria esperienza di viaggio in Lucania, a Tricarico, insieme con Ernesto De Martino, nel 1952: lì, con atteggiamento da etnografo, si scopre una realtà dura e integra, e con quella si scopre anche che cosa vuol dire guardare. Vuol dire, sembrano suggerire le immagini prese in quell’occasione, aderire prima di tutto alla realtà osservata, saperla vedere con gli occhi di chi quella realtà la vive dall’interno. E vuol dire saper stabilire legami: legami umani, certo, ma anche legami tra le cose, tra gli esseri e le cose, tra i volumi, tra i vuoti e i pieni. Un bambino è seduto da solo in un vicolo, mentre la madre lo guarda dalla soglia della casa di pietra. Alcune donne lavorano sedute sulle scale, ancora di pietra, con delle capre sullo sfondo. E poi il tempo del lavoro e quello del riposo, il paesaggio e l’umanità intensa. E le scale, architettura dell’anima, luogo di transito e di vita, di mobilità e di stasi allo stesso tempo. Luogo per eccellenza dove fissare rapporti, e transiti.

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Le immagini di Tricarico preludono a un’attività che nel decennio porta Zavattini in giro per l’Italia e per il mondo, a scoprire la ricchezza dell’occhio quando è ben nutrito. Con Zavattini compiamo un viaggio nell’Italia che cambia, nella quale la cultura contadina lascia via via spazio alle immagini colte nelle città e nelle realtà in trasformazione. E compiamo anche un viaggio in realtà più esotiche come quella di Bangkok, dove Zavattini si trova nel 1956 per le riprese del film La diga sul Pacifico di René Clément; oppure quella di Cuba, al seguito di Ernesto “Che” Guevara, che si lascia fotografare in pose inedite e distese. In queste immagini, che hanno talvolta la forza penetrante di uno scavo dentro la realtà, ciò che colpisce è l’ordine del pensiero che le sostiene, ordine che si traduce in una densità visiva capace di sintetizzare in un colpo d’occhio la complessità di un momento.

Vengono in mente riferimenti quasi infiniti: da Henri Cartier-Bresson a Ferdinando Scianna, innamorati tutti, come Arturo Zavattini, delle immagini di persone colte nel sonno, in una condizione di sospensione adatta a essere indagata a lungo e rivelata; dallo Zavattini padre, interessato ad “aprire” neorealisticamente la realtà, al documentarismo neorealista, quello degli Antonioni, Comencini o Risi degli esordi, tutti affascinati dalla scoperta del mistero dello sguardo. Se c’è una cifra dello Zavattini fotografo, la si trova nel tempo delle sue immagini, nella capacità di guardare e condensare, di rendere eterno l’istante. Di renderlo pregnante, potremmo dire lessinghianamente. Ma forse è meglio lasciarsi andare soltanto a guardare, che in fondo, ci dicono queste fotografie, è l’esperienza più immediata e al tempo stesso ricca di conoscenza che possiamo fare.

Cuba-1960

Foto di Arturo Zavattini