Forse dovevo solo metabolizzare. Decisamente fuori tempo per una recensione che infatti non farò, voglio raccontarvi di qualcosa che ho visto e che ho sentito, ma prima vi porto con me indietro nel tempo.

2009. “Angelicamente Anarchico”. Passeggio avanti e indietro, fuori e dentro il camerino, freneticamente; ogni tanto cerco il suo sguardo e lo trovo. Lui è seduto sulla sedia, mette a posto i suoi fogli dai mille appunti, e frecce, asterischi e rimandi. Ogni tanto guarda dove sono e mi sorride a tutta bocca. “Allora, sei pronta?” Ho sempre risposto di sì, ma non era vero.

 

No. Non ero pronta a salire su palcoscenici importanti, a volte di grandi teatri sempre sold out, pieni zeppi di gente arrivata da ogni dove per sentirlo parlare. Perchè il suo parlare era denuncia, racconto, storia, battute e barzellette; e poi ancora Vangelo, Costituzione, canzoni, Gramsci, De Andrè, Don Milani, le poesie dei suoi ragazzi, aneddoti di vita comunitaria e di strada. Parlava dei trans, dei tossici, degli omosessuali, dei migranti, dei lavoratori, dei carcerati, delle prostitute. Parlava degli ultimi. Povertà, emarginazione, Aids, Vaticano, politica, attualità; citava articoli di giornale, interviste, raccontava il senso di essere stato partigiano e il perché continuare ad esserlo oggi. Immediato, diretto, semplice nelle espressioni linguistiche. Era il linguaggio della strada a renderlo così comprensibile a tutti, e tanta esperienza sul campo.

Sento il rumore sordo del suo passo sul palco, avanti e indietro per più di due ore. Non si ferma mai, non perde mail filo. A braccio. Una traiettoria di discorso, un percorso, e poi via! Niente di scontato, di certo, di garantito, come fosse una rappresentazione di tutta la sua esistenza. Come potevo essere pronta? Non lo ero, ma con lui si aveva la sensazione di poter fare qualunque cosa. Le luci si accendono. Sono sul palco, seduta per terra insieme ad un altro compagno. Applaudo, sorrido insieme al pubblico, mi commuovo con loro. Attendo.

Poi chiama il mio nome. Sento un tuffo al cuore, ma il panico non prevale. Quel quarto d’ora a parlare e a recitare con lui le mie poesie, sono il ricordo più nitido e tangibile che ho di quegli anni. Mi accarezza il viso, quasi si pavoneggia nel mostrare i suoi “tossici di merda”; così che ci chiamava ironicamente per provocare i benpensanti… l’unico che poteva permetterselo, con tanto di sorriso allegato. Si respira il riscatto, la voglia di esserci, di resistere al mondo e alle proprie paure. Si respira la potenza della fragilità umana.

Manifestazione per l'amnistia organizzata dai Radicali e dalla Rosa nel Pugno

2016. Sono passati quasi dieci anni dall’inizio del mio percorso di crescita insieme alla Comunità San Benedetto al Porto, e quasi tre dalla sua morte. Vengo a sapere che dal 9 al 24 febbraio ci sarà uno spettacolo su Don Gallo che si intitola “Papa Gallo”, in scena al Teatro dell’Archivolto di Genova. Uno spettacolo basato sulle sue frasi e i suoi scritti, De Andrè come colonna sonora; parla Don Gallo.

Ma lui non c’è. Non ci sarà lui su quel palco, e non sarà la sua voce a pronunciare le parole, ma alla fine decido di andare. È tutto esaurito, come ogni giorno dei dieci in scena, e così mi ritrovo di nuovo seduta per terra, questa volta a destra della prima fila. È buio. Entrano tre donne e sento il rumore sordo dei loro passi entrare vigorosi. Una croce enorme a lato della scenografia, e mobili, scrivanie impolverate, e tanti libri. Sacchi interi di libri. Chiudo gli occhi e sento il rumore sordo del suo passo sul palco, avanti e indietro. Mi scende una lacrima silenziosa, mi resta appesa all’angolo della bocca e poi si ferma all’inizio del sorriso. Poi mi godo lo spettacolo. Le attrici sono brave. Non scimmiottano, non hanno la presunzione di imitarlo; tre donne con cappotto nero e sciarpa rossa leggono e recitano a voce piena. Ballano anche! E cantano bene. Le parole del Gallo riempiono il teatro, nuovamente, potenti e libere, sempre fresche, limpide. Ancora lacrime scenderanno sul mio viso paradossalmente sulle sue battute migliori, mentre rido… perché Don Gallo non si può piangere e basta. Il finale è invaso da una enorme bandiera della pace, e da quell’urlo di speranza che lui sapeva osare, contagiando le persone che incontrava.

Sono andata a vedere un ottimo spettacolo che spero possa uscire da Genova per andare in scena in altri teatri italiani; ho chiuso gli occhi molte volte, ho sentito il rumore sordo dei suoi passi, avanti e indietro, e la potenza dei suoi messaggi. Don Gallo era su quel palco.