È stata definita una svolta epocale, eppure, a pochi mesi dalla Conferenza ONU di Parigi sui cambiamenti climatici, bisogna fare i conti con l’imperturbabilità di una corsa al petrolio e alle fonti fossili che riguarda l’Italia come il resto del mondo.

La Strategia Energetica Nazionale approvata dal Governo Monti nel 2013 lo diceva chiaramente: “l’opportunità di mobilitare investimenti in questo ambito è stata limitata da un contesto normativo e da un processo decisionale che hanno rallentato o fermato molte iniziative nel corso dell’ultimo decennio”. In quel documento venivano individuate alcune “criticità”: la complessità del sistema autorizzativo e le limitazioni per le attività offshore contenute, ad esempio, nel decreto legislativo n.128/2010 (cosiddetto “correttivo ambientale”) che le aveva interdette in molte aree, cancellando, a detta del documento, progetti per 3,5 miliardi di euro. Si passava poi ad individuare le 5 zone ad elevato potenziale: Valle Padana, Alto Adriatico, Abruzzo, Basilicata e Canale di Sicilia. Esattamente quelle in cui si è focalizzata la corsa ai permessi.

Con la conversione in legge del decreto Sblocca Italia sembrava concluso quel percorso volto a creare un contesto favorevole dal punto di vista normativo e fiscale, capace di attrarre investimenti nel settore idrocarburi anche in un Paese le cui riserve sono scarse dal punto di vista qualitativo e quantitativo.

Inizia così la corsa al petrolio nei mari italiani, quella che “Italian offshore” – documentario di inchiesta indipendente, premiato al festival Documentari Inchieste Giornalismi – sta raccontando.

Nel giro di pochi mesi avviene però che il prezzo del petrolio crolla, 10 Regioni spinte dalla forte mobilitazione popolare sui propri territori depositano 6 quesiti referendari finalizzati ad abrogare norme favorevoli agli idrocarburi, il governo emenda la legge di stabilità reintroducendo il limite delle 12 miglia dalla costa per i permessi offshore, la Corte costituzionale dichiara ammissibile uno dei quesiti.

Le cose si mettono male per le compagnie più piccole. Nel giro di pochi giorni, il Ministero dello Sviluppo economico pubblica sul Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse il rigetto di 27 istanze di permesso di ricerca ed estrazione. Segue poi il ritiro da parte di alcune compagnie. Petroceltic e Shell rinunciano a trivellare nel mare delle Tremiti, l’inglese Transuinion ritira i propri progetti nel Canale di Sicilia, a largo di Gela, nel Golfo di Taranto e nel Mar Ionio.

Se passasse il referendum del 17 aprile, le compagnie non potrebbero più chiedere la proroga delle concessioni di ricerca e coltivazione entro le 12 miglia marine fino ad esaurimento del giacimento, le loro attività sarebbero destinate ad interrompersi alla scadenza della concessione.

Si chiude così la corsa al petrolio nei mari italiani? Non proprio. Sembrerebbe più che altro che il calo del prezzo del petrolio, l’emendamento in legge di stabilità e il referendum del 17 aprile abbiano già avuto l’effetto di allontanare chi aveva in ballo progetti minori. Secondo i dati del Ministero dello sviluppo economico, 135 sono le piattaforme entro le 12 miglia corrispondenti a venticinque concessioni, di queste, cinque scadranno nei prossimi 5 anni, mentre tutte le altre tra 10-20 anni. In questi termini il “sì” al referendum del 17 aprile non significherà uno stop immediato alle estrazioni ma l’imposizione al governo di scelte che vadano davvero verso un futuro ad energie sostenibili in una prospettiva di medio termine.

Nella corsa agli idrocarburi nei mari italiani rimangono in gare le compagnie più solide. Un passaggio risulta centrale, la SEN afferma esplicitamente che “il forte rallentamento nell’attività esplorativa e produttiva italiana si è verificato dopo il 1999” cioè con l’inclusione della “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia” tra le materie di legislazione concorrente tra Stato e Regioni in seguito alla riforma del Titolo V della Costituzione.

Un passaggio decisivo potrebbe essere allora l’approvazione del disegno di legge di riforma costituzionale che eliminerà le competenze legislative concorrenti riportando la materia “energia” tra le competenze esclusive dello Stato. Il governo avrà a quel punto mano libera nella concessione di nuovi permessi. A questo punto è legittimo porsi una domanda: e se tutto quello che abbiamo raccontato determinasse una situazione per cui, tra modifiche normative, rigetti e ritiri, il risultato non fosse quello di aver fermato le estrazioni offshore ma di aver fatto piazza pulita della concorrenza di piccole compagnie e favorito i colossi energetici?

In primis c’è il Eni, con il progetto offshore Ibleo e la costruzione della piattaforma Prezioso K, nel canale di Sicilia. Sempre in Sicilia, a largo di Pozzallo, Edison (60%) ed Eni (40%) detengono Vega, la più grande piattaforma petrolifera fissa realizzata nell’off-shore italiano. A completamento del programma di lavori della medesima concessione di coltivazione, le due società hanno in ballo lo sviluppo del Campo olio Vega B con l’installazione di una nuova piattaforma a circa 6 km da Vega A. Nel campo della ricerca rimangono poi le immense concessioni a Spectrum lungo gran parte della costa adriatica, anche all’interno delle 5 e delle 12 miglia. C’è poi la Schlumberger Italiana SpA con vaste aree concesse in Sardegna e, ancora, nel Canale di Sicilia.

Su questi permessi il referendum del 17 aprile potrebbe avere effetti, ponendo un limite certo alla loro durata. Per rispondere a queste domande e continuare il loro lavoro di inchiesta, i giornalisti di Italian Offshore stanno cercando di cambiare pelle al giornalismo, coproducendosi e aprendosi alla partecipazione attraverso una campagna di raccolta fondi dal basso. È la sfida di Italian Offshore.