Il 17 aprile andiamo a votare sì, per abrogare quella norma assurda che permette alle piattaforme petrolifere di continuare a trivellare e estrarre entro le 12 miglia dalla costa, nonostante la scadenza dell’autorizzazione, finché c’è gas o petrolio nel sottosuolo.

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Però… se anche vincessero i , il problema dell’inquinamento da idrocarburi nei nostri mari resterebbe: oltre le 12 miglia si continuerà a trivellare, a inquinare con intenso traffico navale e con possibili fuoriuscite di petrolio, si continueranno a massacrare i cetacei con l’air gun, lo scandaloso metodo di ispezione dei fondali marini con scoppi ad aria compressa, già vietato dalla legge sui reati ambientali ma poi reintrodotto con emendamento, per la gioia di petrolieri e industriali. Il rumore che produce tale metodo è pari a 100mila volte quello del motore di un jet e per la fauna marina è dannosissimo: può provocare lesioni permanenti o letali. Nel nuovo rapporto di Greenpeace “Trivelle fuorilegge” per la prima volta, vengono resi pubblici i dati ministeriali relativi all’inquinamento generato da oltre trenta trivelle operanti nei nostri mari: i dati mostrano una grave contaminazione da idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti, che possono risalire la catena alimentare.

Benché quindi non sia risolutivo, questo referendum è necessario. Ha un valore politico, serve per dire al governo che l’unica strada percorribile è un futuro basato sulle energie rinnovabili e sulla mobilità sostenibile, sull’indipendenza dalle fonti fossili e sui rifiuti zero.

Purtroppo, quando il costo del petrolio è sempre più basso, sembra impossibile pensare ad un’inversione di rotta, ad un cambiamento negli stili di vita. La gente è incentivata a consumare, inquinare, viaggiare in auto o in aereo, tanto il combustibile e i biglietti aerei costano poco. Il risultato eccolo qua: nonostante la consapevolezza sul riscaldamento globale, nonostante i vertici, i summit e le belle parole, il consumo petrolifero in Italia è aumentato del 3,6% (59,7 milioni di tonnellate) dal 2014 interrompendo una discesa ventennale.

Andiamo a votare sì, il 17 aprile, ma quel che è più importante votiamo ogni giorno col nostro stile di vita. Uno stile di vita il più possibile libero dal petrolio, dal consumismo. Preferiamo andare in bici, piedi, coi mezzi pubblici, se possibile elettrici, riduciamo i viaggi in auto, in aereo, in crociera. Riduciamo i rifiuti, soprattutto quelli in plastica e quelli non riciclabili. Portiamoci la sporta da casa, facciamo spesa sfusa, locale, alla spina o col vuoto a rendere. Abbassiamo riscaldamenti d’inverno e spegniamo i condizionatori d’estate, installiamo pannelli solari e fotovoltaici nel terrazzo e se non è possibile abboniamoci a gestori che forniscono energia al 100% proveniente da fonti rinnovabili. Sarà forse una goccia nell’oceano ma non è vero che non serve a niente: il cambiamento parte dal basso. Cambiare stile di vita vuol dire non essere complici (o esserlo di meno), di un sistema devastante.

Tanti obietteranno che fare a meno del petrolio non è possibile. Non solo è possibile, ma è necessario. Che ci piaccia o no, che sia faticoso o meno, non importa, dobbiamo impegnarci. Gli scienziati sono concordi nell’affermare un innalzamento dei livelli di anidride carbonica per motivi antropici (deforestazione e combustione di fonti fossili). La temperatura si sta alzando di conseguenza, lentamente ma inesorabilmente. Siamo già ad un punto di non ritorno. I disastri ambientali, la desertificazione, le inondazioni sono già realtà in molte parti del mondo. Se non vogliamo un ulteriore aumento di Co2 nell’ambiente e quindi del riscaldamento globale dobbiamo lasciare il petrolio nel sottosuolo e rivolgerci a energie pulite, ridurre i nostri stili di vita e vivere con sobrietà. Non ci sono altre strade percorribili. È importante ma non basta votare sì.