Ba-ba-ba-ba-barbara Ann. Per molti, per moltissimi questo attacco, fatto a più voci, alcune nel caratteristico falsetto californiano, tutto giocato su armonie perfette e impeccabili, è la quintessenza del sound dei Beach Boys. Anzi, sono proprio i Beach Boys, al pari, forse, con qualche altro brano leggero, estivo, evocativo di surf, spiagge e belle ragazze, da Surfin’ USA a California Girls, passando per Good Vibrations.

In realtà i Beach Boys sono stato questo, e ci mancherebbe pure negarlo, ma tanto altro ancora. Sono stata la band che insieme ai Beatles e ai Rolling Stones ha più influenzato il rock e il pop dei decenni a venire, al punto che il loro classico dei classici, Pet Sounds, datato 1965, così tanto colpì l’immaginario dell’epoca da spingere proprio i Fab Four a cimentarsi con il proprio monstre, Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Saranno proprio Paul McCartney, che più volte citerà God Only Knows come sua canzone preferita di sempre, e George Martin a dichiarare come il famoso album dalla copertina bizzarra dei Beatles non sarebbe mai esistito senza il lavoro di Brian Wilson e soci che è stato spesso indicato nelle classifiche delle riviste specializzate come il più bell’album di tutti i tempi.

Un piccolo passo indietro. Chi erano i Beach Boys quando uscì Pet Sounds, e chi sono ancora oggi, nell’immaginario collettivo. Nati nel 1961, i Beach Boys sono fondati da Brian Wilson, una delle menti musicali più geniali che il novecento abbia annoverato, in compagnia dei fratelli Dennis e Carl, del cugino Mike Love, e da Al Jardine. Dal 1964, quando l’eccessivo lavoro di studio e sempre più imponenti problemi di salute costringeranno Brian Wilson a occuparsi solo della fase di scrittura e di registrazione in studio, dal vivo il leader della band verrà sostituito da Glen Campbell. Eccessivo lavoro di studio, si diceva: la fervida mente di Brian Wilson, mente che anche in virtù di un piuttosto generoso uso di sostanze allucinogene e psichedeliche come l’LSD presto partirà per un lungo viaggio che non lo vedrà quasi mai tornare tra noi, ha sfornato, tra il 1961 e il 1964, qualcosa come undici album di studio. Certo non scritti da solo, perché anche Mike Love ha contribuito, specie sul fronte dei testi, ma pur sempre un numero spropositato di canzoni, di arrangiamenti, di produzioni.

Il “surf rock”, così tutti hanno chiamato il genere che i Beach Boys hanno fatto partire dalla California per conquistare il mondo, è un genere che, nei primi anni Sessanta, e almeno fino al 1967, ha davvero segnato un’epoca. Giri leggeri, cori a più voci, armonie complesse, ritmi ballabili, ma mai tirati. Su tutto un immaginario, quello appunto della California, tutto sole e ragazze, che ben si sposava con un’idea di pop intento a tenere lontano gli spettri della guerra fredda, che faceva vivere spensieratamente la propria giovinezza a chi, in effetti, giovane era. E proprio questa aura di leggerezza, di spensieratezza, in realtà ben lontana dalla depressione allucinata che nel tempo diventerà la quotidianità per Brian Wilson, vero marchio di fabbrica della band e portatrice di tanto successo nei primi anni Sessanta, sarà poi imputata al gruppo dalla critica e dal pubblico come una sorta di colpa. Mentre il mondo diventava un luogo in cui far sentire la propria “voce di protesta”, come i vari Festival tipo Woodstock o Monterey dimostreranno, i Beach Boys resteranno fermi al palo, accusati di poco impegno, di essere ormai fuori tempo massimo.

Pet Sounds, troppo in anticipo sulla Summer of Love, e troppo indietro rispetto alla Summer of Love, quasi un paradosso. Nei fatti l’album, che già nel titolo voleva omaggiare il Wall of Sound, marchio di fabbrica del produttore Phil Spector (stesse iniziali del titolo, fece notare Brian Wilson), è un vero concentrato di tutto quanto la band aveva fatto in quei primi anni di attività, dal surf rock a certe influenze orientaleggianti, psichedeliche. A discapito di quanto si poteva pensare guardando i Beach Boys dal vivo, un vero e proprio album solista di Brian Wilson mascherato da altro, con la band che, una volta arrivata in studio, troverà tutto il lavoro finito, a sola eccezione delle parti vocali. Le influenze di questo lavoro, cui avrebbe dovuto far seguito la Chimera del rock Smile, album che, anche a causa di una insorgente paranoia, figlia dalla depressione e dallo smodato uso di droghe da parte di Wilson, diventerà una specie di leggenda del rock, spesso evocato ma uscito solamente nel 2011, si faranno sentire a lungo, e non solo in Sgt. Pepper’s.

Difficile non pensare a questa opera se si ascolta, per fare qualche nome, la produzione intera della cosiddetta West Coast, da Crosby, Stills, Nash & Young agli Eagles, passando per Jackson Browne o Joni Mitchell. Difficile non pensare a questa opera se si pensa alla Glasgow reinaissence, con tutta quella gigantesca infornata di album che partono dai Teenage Fanclub e vanno ai Franz Ferdinand, passando per i Belle and Sebastian. Difficile non pensare a questa opera se si ascoltano anche artisti apparentemente lontanissimi da quel sound, come a un Cesare Cremonini, per fare un nome di casa nostra, o a un John Legend, come in passato era capitato con Prince o i Queen, così, tanto per mettere paletti belli distanti tra loro.

Brian Wilson, che col nuovo millennio è tornato a esibirsi dal vivo e che, proprio nella prossima estate, porterà in giro l’intero Pet Sounds, è riuscito, con questo lavoro a chiudere un cerchio che, con le opere precedenti dei Beach Boys, aveva solo aperto. Se infatti i primi album dei Beach Boys avevano tratteggiato un mondo di sole e amori estivi, con Pet Sounds Wilson fa intravedere la Dark Side della sua mente, perfettamente in linea coi tempi cupi in cui quelle canzoni stavano uscendo. Ombre laddove prima c’era il sole, nostalgia al posto della spensieratezza, tormento e assenza invece che felicità e leggerezza, il tutto suonato e cantato prefetto stile Pop, perfette armonie su strutture musicali tanto elaborate da sembrare in realtà semplici, quasi scontate.

Un album da riscoprire, magari dopo aver visto Love and Mercy, il film su Brian Wilson. Sulla genesi di Smile si può leggere anche nel bellissimo romanzo di Lewis Shiner, Visioni rock: album dapprima registrato nel 1967, poi distrutto, e infine ripubblicato, come album solistico, nel 2011. Sono passati cinquant’anni da quando Pet Sounds uscì, e mai come in questo caso, ascoltandolo, si può dire “non sentire lo scorrere del tempo”.