La natura ambigua del PD è il suo destino. Quando nacque, nel 2006, il PD doveva unire i riformisti di origine comunista e quelli cattolici, oltre alle componenti laico moderate, cioè repubblicani, liberali e socialisti. Così avvenne, in effetti, però in linea di continuità con le precedenti modificazioni che, dalla svolta della Bolognina in avanti, avevano condotto a cambiamenti di forma e di logo ma non della sostanza del partito d’origine: una formazione di matrice leninista, con una direzione centrale molto forte e una struttura organizzativa periferica guidata da quadri a tempo pieno che garantivano il collegamento tra  centro  e periferia, direzione, federazioni e sezioni.

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Il centralismo democratico di epoca togliattana, pur messo a dura prova dal correntismo insorgente già nell’ultima fase di vita del Pci, continuò ad essere sostanzialmente il metodo di direzione politica, dal momento che, se pur veniva ammessa e consentita la critica pubblica ed anche la differenziazione, non era assolutamente permesso l’esercizio dell’opposizione organizzata, se non entro limiti molto angusti concessi alle minoranze, che non permettevano e nemmeno oggi consentono, alcuna modalità corretta di conquista della maggioranza, diversamente dalle forti clausole di salvaguardia democratica che nel laburismo anglosassone e nei partiti regolamentati da norme realmente democratiche, vengono denominati “minority rights”. Ogni tentativo di affermare un progetto politico diverso da quello della maggioranza trovava in ogni caso un “muro” di contrarietà costituito dalle legioni degli iscritti e dei quadri di apparato, sempre meno numerosi e sempre meno entusiasti ma pur sempre in numero sufficiente per sbarrare la strada all’opposizione. Cosicché, tutti i cambiamenti prima e dopo il PD sono stati sempre all’insegna del “continuismo” nella deriva verso il moderatismo centrista, vera vocazione unificante delle diverse anime dei Democratici.

L’assenza di un’autentica dialettica delle idee, ha contribuito in modo determinante all’appiattimento ed alla regressione politica e culturale del partito. Tutto ciò è ulteriormente e, si direbbe, definitivamente precipitato con l’avvento delle primarie e infine di Renzi. Il desiderio insopprimibile di imitare il sistema politico americano, oltre che il suo modello economico-sociale, ha portato, attraverso l’adozione del maggioritario imbastardito all’italiana, a riconoscere sempre più centralità alla figura del leader, sia esso il sindaco, il presidente di regione ed ovviamente il capo del governo. Prodi ne ha rappresentato l’anima mitigata, Berlusconi quella hard; i competitori nel PD si sono ispirati molto più al modello di leadership berlusconiana che a quello prodiano: principio della personalizzazione della politica attraverso l’identificazione del partito nel suo capo, principio dello spoil system, dell’organizzazione dello staff personale e del rapporto diretto con il sistema dei media.

Tutto questo, però, mentre sopravvivevano (e ingrassavano) le cosiddette “componenti” culturali, ovvero le matrici politiche di provenienza, e le numerose sotto-matrici, il controllo delle organizzazioni territoriali e periferiche attraverso i leader (cacicchi) locali, i riti bizantini della vecchia politica delle appartenenze, e le primarie mai seriamente regolamentate,  in una spregiudicata caccia al voto attraverso accordi con fazioni, ras e gruppi di pressione locale, ecc. Con Renzi tutto ciò compie un balzo in avanti di portata storica. Il “ragazzo toscano” non soffre di alcuna forma di pudore e si allea con chiunque gli consenta la scalata nelle diverse posizioni conquistate, c’è un’ampia e documentata letteratura a riguardo. Non disdegna, come si dimostra ancor di più oggi che governa, la massima disinvoltura nell’utilizzare ogni possibile sponda (prevalentemente a destra) per vincere.

È alle primarie per la segreteria che realizza l’unico autentico capovolgimento politico nella storia del Pds-Ds-Pd: getta letteralmente fuori dal potere nel Partito l’intera classe dirigente che aveva garantito tutti i passaggi  precedenti, fondando il vero ed unico partito del leader assoluto. Ovviamente utilizza trasformisti, ammutinati e traditori di ogni risma ma, diversamente dai predecessori, opera una vera e propria rivoluzione culturale, rompe gli argini di ogni mediazione con l’impianto social-democratico e social-cristiano, che si era conservato pur attraverso le successive trasfigurazioni, e inventa il primo partito formalmente di centro-sinistra a indirizzo e guida nettamente liberista della storia italiana dal dopoguerra. La sua “blitzkrieg” per sovvertire l’identità e la strategia del partito, non trova difese nella ormai soccombente “sinistra interna”. In poco meno di due anni di governo porta a compimento risultati che nemmeno la destra più oltranzista avrebbe immaginato di realizzare: la liquidazione dello Statuto dei lavoratori, attraverso la soppressione del baluardo dell’articolo 18, contro il licenziamento senza giusta causa che gli guadagna il riconoscimento imperituro della Confindustria, e il progetto di riforma istituzionale ed elettorale, per predisporre il controllo pieno del parlamento e del Paese, in vista dell’assunzione di una leadership personale autoritaria che nelle sue intenzioni modifica radicalmente gli equilibri costituzionali tra i poteri dello Stato. Oggi si sentono i lamenti degli sconfitti che balbettano di opposizione ma la strada è chiara: o si votano le leggi di Renzi o si va fuori dal Partito. Loro, la cosiddetta sinistra storica, non ce l’hanno la forza e la voglia di uscire perché sanno che non sarebbero capaci di costruire niente di diverso di ciò che hanno fatto finora e che è stato sostanzialmente propedeutico alla realtà attuale, quindi  una strada senza uscita. Una questione destinata ai posteri.