Se c’è un pubblico che la Rai swing e multimedia dovrebbe riuscire ad acchiappare è quello delle Iene, con le quali ci siamo riconciliati da quando hanno smesso, speriamo che duri, di emulare i Gabibbi, di correre appresso alle scie chimiche, di accreditare i guaritori da strapazzo e fanno invece inchiestone e inchiestine ma, qui sta il punto, raccontate a modo loro.

Prendiamo la puntata del 13 marzo, piena di “contenuti” che starebbero benissimo a Vita in diretta o da Barbara d’Urso: bambini bistrattati da diatribe legali, cause di lavoro, orfanelle abbandonate dai genitori ad anni due e cresciute in orfanotrofio per anni quindici, la signora che paga la casa per intero, ma alla cooperativa che fallisce sicché la casa ora se la prende la banca.

Sono i contenuti che inondano di commozione le canute platee del Cavallo e quelle brizzolate del Biscione. Mentre gli stessi contenuti, trattati dalle Iene con il loro specifico stile, inchiodano gli adolescenti e gli adulti fino ai 44 anni. E solo loro.

Tanto può, evidentemente, il “piano dell’espressione” rispetto a quello del contenuto, riuscendo a ritagliare un mondo “giovane”, fatto di ritmi e allusioni gergali, tanto sensate e perfino ovvie per i ragazzi quanto pretestuose e distraenti per i “vecchi”. Il che dona carattere al programma, ne caratterizza l’audience e, nel contempo, ne limita a priori la espansione, un po’ come accade, su altri e opposti parametri generazionali, a Crozza su La7.

Qualche cifra: mentre il programma ha ottenuto uno share medio del 9,2%, le donne dai 25 ai 44 anni gli hanno riservato esattamente il doppio, e lo stesso vale per i maschi dai 15 ai 45 anni. Per contro il pubblico più anziano ristagna su percentuali minime, attorno al 5%, neanche si fosse parlato di musica metallara anziché di bimbi e anziani maltrattati.

Accade anche che gli stranieri residenti in Italia, che di solito e comprensibilmente rilasciano ai programmi italiani share più bassi rispetto agli indigeni, stavolta invertono le misure, visto che lo share dei nostrani è del 9% mentre quello degli ospiti schizza al 13,2%. E anche qui la causa può essere una sola: l’età, perché si sa che gli stranieri sono mediamente più giovani di noi.

È evidente, ci pare, che la Rai non può non cercare di calarsi in questa forte identità generazionale pur di estensione relativamente limitata e predefinita. Perché è da lì che comunque passano tutti prima di diventare anziani. E così a starne lontani ci si condannerebbe anche per il futuro al ruolo di tv parziale. Andava bene nel gioco di burattini del Duopolio. Oggi sarebbe un po’ zombie.