La Commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro chiede rinforzi. Il presidente dell’organismo parlamentare, Giuseppe Fioroni (nella foto) si è rivolto al Csm per assicurarsi la collaborazione del procuratore capo di Trieste, Carlo Mastelloni. Famoso per aver svelato l’esistenza di Gladio, è stato tra i primi ad ipotizzare l’esistenza di rapporti internazionali da parte delle Brigate rosse. Entrerà a far parte ufficialmente della Commissione Moro grazie alla decisione attesa dal plenum del Consiglio superiore della magistratura di domani 16 marzo, trentottesimo anniversario dell’eccidio di via Fani. Il suo contributo andrà ad aggiungersi a quello di Gianfranco Donadio, già procuratore nazionale antimafia aggiunto. Accanto a Donadio impiegato in pianta stabile a Palazzo San Macuto, una squadra di magistrati che si occupano di singoli filoni di inchiesta, composta da Antonietta Picardi, Antonia Giammaria, Massimiliano Siddi, Guido Salvini e Paolo D’Ovidio, a cui è stato chiesto recentemente di rintracciare presso gli uffici giudiziari di Roma ogni documento relativo al centro Hyperion di Parigi, oggetto in passato di una inchiesta sul traffico d’armi tra Br e l’Olp dello stesso Mastelloni. “La sua collaborazione ci sarà di grande utilità perché ha seguito una serie di processi che si interfacciano direttamente con la nostra attività, a partire proprio dalla questione di Hyperion ma non solo”, dice a ilfattoquotidiano.it il presidente della commissione d’inchiesta Fioroni.

Le indagini della commissione Moro proseguono in maniera mirata, come dimostra la richiesta di collaborazione a Mastelloni arrivato due anni fa a Trieste dalla Procura di Venezia. Nel corso della sua lunga attività si è occupato, tra l’altro, dell’inchiesta dell’aereo dei servizi segreti italiani (all’epoca il Sid) ‘Argo 16’ riaprendo il caso del velivolo che si schiantò al suolo nel 1973 sullo stabilimento Montefibre di Porto Marghera dopo essere decollato dall’aeroporto di Venezia. Ipotizzando che fosse stato abbattuto dagli israeliani come atto di ritorsione per la liberazione dei cinque palestinesi arrestati in Italia e restituiti, utilizzando per il loro trasporto proprio ‘Argo 16’, su ordine dell’allora ministro degli Esteri Aldo Moro.

Tale accordo sarebbe rientrato nel cosiddetto ‘lodo Moro’, un patto non scritto tra l’Italia e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, richiamato dallo statista rapito dalla Br in una lettera dalla prigionia (indirizzata all’allora presidente del deputati Dc, Flaminio Piccoli) come via da percorrere in vista della sua liberazione. Patto che troverebbe conferma anche in un documento acquisito recentemente dagli uffici di Palazzo San Macuto e per decenni coperto dal segreto: la commissione guidata d Beppe Fioroni attribuisce grande rilievo al messaggio cifrato datato 18 febbraio 1978 su un’operazione terroristica di “notevole portata programmata asseritamente da terroristi europei che potrebbe coinvolgere nostro Paese” di cui parlò il rappresentante del Fronte Habbash all’ufficiale del Sismi a capo del centro operativo di Beirut che poi trasmise il messaggio a Roma. Informazione che potrebbe avere un collegamento con il rapimento di Moro, avvenuto solo un mese più tardi, che merita di essere approfondita dal pool di magistrati di cui è entrato a far parte anche Mastelloni che in più di una circostanza in passato ha dovuto arrendersi di fronte al segreto di Stato. Come nel caso di Gladio.

Al di là degli esiti processuali (nel 1999 tutti gli imputati, a partire dal responsabile del Mossad, Zvi Zamir accusati della strage vennero assolti e lo schianto derubricato ad incidente), dalle pieghe dell’inchiesta su ‘Argo 16’ condotta da Mastelloni emersero anche altri aspetti. L’aereo era stato infatti usato anche da Gladio, l’organizzazione segreta nata negli anni ’50 promossa dalla Nato nel timore di un’eventuale invasione sovietica dell’Europa occidentale: con il compito di trasferire uomini dell’organizzazione ma anche per trasportare armi destinate a depositi segreti. Inchiesta, quella di Mastelloni, che ripetutamente, come detto, si scontrò con l’apposizione del segreto di Stato.