Anni fa in giro per festival mi imbattei in un documentario stupefacente. S’intitolava Onibus (2007) e per protagonista aveva una manciata di personaggi che viaggiavano su un pullman diretti verso le zone interne del Brasile. Non c’è spazio per dilungarsi sullo splendore di questo lavoro, semmai l’aspetto curioso fu fin da subito che per scriverne invece di poter parlare con il regista, Augusto Contento, si doveva interpellare Giancarlo Grande, il produttore. “Augusto è in viaggio”, “Augusto ora non può parlare”, “Augusto è molto felice dei complimenti”, ecc… Augusto non era mai disponibile, nemmeno negli anni successivi quando ha girato Tramas, Strade d’Acqua e Strade trasparenti. Sempre in viaggio, sempre impegnato. A disposizione c’era invece sempre Giancarlo: affabile ragazzone che mi ospitò perfino nella sede operativa della Cineparalleli Hoboshibumi in rue du Faubourg 191 a Parigi, dove Augusto non c’era perché non aveva fatto in tempo a venire, e dove si bevette vino e si mangiò ottimo formaggio.

Ebbene, perché questa lunga premessa nelle febbrili ore in cui lo scrittore Marco Santagata ha cercato di ricostruire la vera identità della scrittrice Elena Ferrante? Perché anche se, come credo, Augusto Contento non esiste, alcuni frammenti di Onibus e degli altri suoi film mi rimarranno comunque come indelebile ricordo. La gag sull’esistenza o meno di Contento – a proposito io penso che Grande e Contento siano la stessa persona – mi ha appassionato giusto qualche giorno. Il valore formale e contenutistico delle sue opere viaggia ben più alto, anzi si mangia letteralmente, il quesito sulla sua vera identità. Voglio dire, per davvero si pensa che questa storia dell’indagine su chi sia veramente Elena Ferrante appassioni qualcuno? Siamo seri. Quando vediamo Sherlock Santagata che si aggira con cartine e lenti d’ingrandimento tra le strade toscane ci viene subito da sorridere, prima di corrucciare le sopracciglia ed esclamare “ohibò, la Ferrante faceva la Normale di Pisa”. La detection del Corriere sulle orme della misteriosa signora dei miracoli letterari italiani fa il paio con un’altra chicca transitata online negli scorsi giorni ed assolutamente degna di nota: sotto al cappuccio di Banksy  ci sarebbe tal Robin Gunningham. A scovarlo non sono stati Holmes e il dottor Watson ma gli studiosi della Queen Mary University di Londra che hanno utilizzato una tecnica di ‘profiling geografico’, mutuata dalla criminologia. Lo studio, pubblicato sul Journal of Spacial Science, ha considerato circa 140 luoghi che Banksy ha scelto per eseguire le proprie opere tra Londra e Bristol. Et voilà, svelato il mistero. Anche se nel rapporto inglese i ‘forse’ si susseguono e alla fine il signor Gunningham pare essere soltanto un possibile nome per Banksy. Davvero, anche qui interessa a qualcuno sapere chi sia realmente colui che ha dipinto Flower Thrower? Sul serio? Vogliamo seppellire anni di mirabili depistaggi con l’affermazione perentoria che al posto del genio c’è un umile travet? Operazione che peraltro Banksy ricalca abilmente nel suo Exit Through the Gift Shop con Thierry Guetta, il paffuto Ron Jeremy dell’arte contemporanea.

Ci appassiona davvero di più lo svelamento di un’identità nascosta per decenni, che l’improvviso palesarsi di un colpo di fulmine per un graffito, dell’osmotico piacere nella lettura di versi, dell’ipnosi del frammento di un’opera visiva? Io credo di no, e soprattutto sono convinto che il contenuto, mai come per questi casi entrati nella vulgata pop dell’arte contemporanea, valga oggettivamente di più del contenitore. Anche se quest’ultimo, grazie alla pista falsificata ad arte  ha contribuito ad elevare l’attenzione per il contenuto, basterebbe evidenziare che nessuno si è mai posto la domanda di chi fosse la Ferrante mentre sta leggendo le pagine de L’Amica geniale, o ha corso all’impazzata per le strade di Londra cercando di togliere il cappuccio a Banksy dopo aver visto Baloon Girl. Poi chiaro, se lo svelamento fosse imposto per decreto, se le leggi della California e di Facebook sulla cancellazione delle doppie identità colpissero la casa editrice e/o e la factory banksyana preferirei che, al posto di Marcella Marmo, di Anita Raja, o dei baldanzosi coniugi Ozzola, dietro la maschera fittizia della Ferrante ci fosse ancora l’iracondo Goffredo Fofi. Preservare il mistero è una missione etica nell’era dell’invasiva presenza dello spionaggio ipertrofico, e del controllo illimitato di rete e smartphone. Convinto che oggi un J.D. Salinger non riuscirebbe a superare un mese di nascondiglio isolato, e che verrebbe fotografato ogni sabato con le sporte non solo della Coop, ma anche di Esselunga, e perfino del Lidl, l’idea che anche questa volta Ferrante e Banksy siano riusciti a celare la propria identità, siano riusciti a rimanere mitologici esseri idealizzati fluttuanti nel nulla, mi riempie di gioia. In un bel libro intitolato Manuale di sparizione (Castelvecchi) l’autore, Filippo D’Arino, citando gli esempi di invisibili come Luther Blissett (collettivo sabotatore di certezze e di ovvietà conformiste ma nome de plume come la Ferrante) o dell’inavvicinabile Thomas Pynchon, riprendeva una massima di G.B. Shaw: “La maggior parte delle cose che la gente desidera sapere sono quelle di cui solitamente non dovrebbero immischiarsi”.