Mentre Donald Trump continua la sua corsa verso la candidatura repubblicana alle presidenziali Usa, la Cina comincia a porsi il problema. O meglio, coglie la palla al balzo e cavalca la tigre con il riportino per dimostrare ciò che le fa gioco. I disordini di Chicago tra pro e anti Trump? Tipici di un Paese in via di sviluppo. E lui, il candidato alle primarie del Grand Old Party? Un populista che sfrutta paure e rancori di un proletariato bianco che si sta immiserendo dopo la crisi del 2008. Un tempo il ceto medio statunitense era garanzia di stabilità; ora molti stanno andando in rovina e quindi, proprio per i meccanismi inefficienti della liberaldemocrazia occidentale, gli Stati Uniti possono diventare un problema per il mondo intero. È così che un editoriale del Global Times, tabloid prodotto dal quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, il Quotidiano del Popolo, presenta il fenomeno Trump: niente mezzi termini per condannare un candidato “ricco, narcisista e provocatore“, le cui “dichiarazioni sono abusivamente razziste ed estremiste, e che ha dato al pubblico americano l’impressione di voler intenzionalmente rovesciare il politically correct“.

Qualcuno ha paragonato Trump a Mussolini e Hitler, “saliti al potere attraverso le elezioni, una lezione pesante per la democrazia occidentale. Ora – riconosce il tabloid – la maggior parte degli analisti ritiene che il sistema elettorale degli Stati Uniti impedirà a Trump, alla fine, di diventare presidente. Il fenomeno è spaventoso, ma non pericoloso”. Tuttavia, “anche se Trump si rivelerà un semplice falso allarme, il suo impatto ha già lasciato il segno. Gli Stati Uniti si trovano di fronte alla prospettiva di un fallimento istituzionale innescato da una mole crescente di problemi reali”. Insomma, in un mondo dove l’emergenza e la crisi diventano la norma più che l’eccezione, è proprio il sistema Usa a essere inadeguato. La flessibilità inclusiva della democrazia non funziona più. Il giornale nazionalista cinese, di fatto uno spin-off del Quotidiano del Popolo ma spesso su posizioni originalmente estreme, si spinge fino ad ammonire gli Stati Uniti: farebbero bene a guardare in casa propria e a considerare i rischi che un Trump potrebbe recare alla pace mondiale, piuttosto che criticare gli altri Paesi (leggi Cina, ma non solo) accusandoli di “cosiddetti nazionalismo e tirannia“.

Trump ha da tempo Pechino nel mirino e un video che monta in sequenza tutte le volte che pronuncia “China” nei suoi discorsi è divenuto una chicca virale, anche sul web cinese. Come spesso accade in questi casi, dietro al populismo aggressivo del miliardario-candidato, che accusa l’ex Celeste Impero di “rubare” investimenti e quindi posti di lavoro agli Stati Uniti, c’è poca sostanza. Yukon Huang, ex responsabile della Banca Mondiale per l’Estremo Oriente e cittadino Usa spiega: “Solo il 2 per cento degli investimenti diretti esteri degli Stati Uniti vanno in Cina, anche se la gente ha una percezione diversa perché vede che i prodotti Apple o Wal-Mart sono prodotti qui. L’Europa ha un’economia grande come quella statunitense e il suo investimento diretto in Cina è quattro volte quello Usa. Per esempio, Apple investe zero in Cina, si affida a contractor di locali”.

L’ossessione di Trump è ricambiata con una certa ironia e perplessità dai cinesi, che ne parlano sempre più sui social media e si dividono tra chi vede in lui un semplice clown oppure un serio candidato alla presidenza. I più brillanti ironizzano sul fatto che una vittoria dell’outsider repubblicano porterebbe alla Cina solo benefici, perché accelererebbe il declino Usa. Qualcuno non capisce perché Trump sostenga di amare la Cina e al tempo stesso la accusi di “stuprare” gli Stati Uniti e lo stesso Global Times, un mesetto fa, ha collezionato le sue sparate, come quando sostenne che al posto di Obama lui non avrebbe invitato il presidente cinese Xi Jinping per una cena di gala alla Casa Bianca, bensì a mangiare un big burger “perché [i cinesi] mica possono andare avanti a deprezzare la loro valuta”. Parecchi sono più preoccupati da una Clinton che da un Trump, dati i trascorsi di Hillary come segretario di Stato dell’amministrazione Obama, quando fu in prima linea nella formulazione del “pivot to Asia”: l’impegno a contenere la Cina creando una sorta di cordone sanitario in tutta l’area dell’Asia-Pacifico. Trump – sostiene qualcuno – alla fine non è che un uomo d’affari, più predisposto quindi a trovare compromessi rispetto alla sua probabile futura avversaria per la presidenza. E sulla filosofia del business, Cina e Trump potrebbero intendersi molto più di quanto si pensi.

di Gabriele Battaglia