L’astro nascente del partito conservatore britannico contro l’uomo più potente del mondo. Il tutto per una questione di sovranità nazionale. Mentre nel Regno Unito è ancora in forse la visita di Barack Obama ad aprile, annunciata dalla stampa ma non ufficializzata dalla politica, il sindaco di Londra Boris Johnson è andato all’attacco del presidente americano, accusato di essere troppo a favore dell’Unione europea e poco interessato al bene della Gran Bretagna. Scrivendo sul Daily Telegraph, il vulcanico primo cittadino – che oltre a essere giornalista di lungo corso è stato recentemente paragonato a Donald Trump per la sua esuberanza – è stato chiaro: “Zio Sam” non può darci lezioni, ha precisato Johnson, e l’eventuale visita di Obama a Londra per fare campagna contro la Brexit sarebbe “una dimostrazione di oltraggiosa ed esorbitante ipocrisia” da parte del presidente di un Paese che “difende la sua sovranità nazionale come nessun altro”. Come a dire, Obama è avvisato, il sindaco di una delle capitali del mondo e probabile futuro premier conservatore del Regno Unito è pronto a scatenare la sua forza – dialettica e di convincimento – contro gli Stati Uniti d’America.

In quanto a potere realmente detenuto, chiaramente, i due non sono affatto paragonabili. Eppure l’uscita del biondo primo cittadino ha sollevato alcuni dubbi fra chi gestisce il Regno Unito dai palazzi londinesi. Che cosa succederebbe, un domani, con un eventuale Johnson premier e con una eventuale Hillary Diane Rodham Clinton inquilina, questa volta da principale occupante, della Casa Bianca? Anche in quel probabile domani Johnson sarebbe ancora così critico verso il più importante partner politico e commerciale britannico? Una parte del Regno Unito vuole uscire dall’Unione europea con il referendum del prossimo 23 giugno: ma in realtà già da anni, se non da decenni, Londra ha molti più legami con l’altra sponda dell’Atlantico che non con l’altra sponda del Canale della Manica. Johnson, chiaramente, fa ora la voce forte in concorrenza con il premier, anche perché David Cameron, contrario alla Brexit nonostante abbia indetto lui stesso la consultazione, non sta vivendo un momento di grande popolarità politica. Sempre più criticato nelle capitali europee per l’approccio britannico all’immigrazione, sempre più osteggiato in patria per i tagli alla spesa pubblica e al welfare, dal futuro sempre più incerto proprio in base all’esito del prossimo referendum. Perché una vittoria degli euroscettici – che sono sempre più ‘eurofobici’ – sarebbe un duro colpo alla sua posizione e alla sua immagine. Con l’eventualità, anche se da Cameron stesso negata, di dimissioni.

Intanto, attorno all’appoggio di Obama ai britannici europeisti il mistero si infittisce. Né Downing Street né la Casa Bianca hanno confermato lo stop a Londra del presidente americano durante il suo viaggio verso la Germania, dove a fine aprile incontrerà la cancelliera Angela Merkel e il mondo politico e imprenditoriale tedesco. Già a metà febbraio la stampa del Regno Unito titolava che Obama avrebbe supportato Cameron nella sua opera di convincimento dell’elettorato a favore dell’asse Londra-Bruxelles. Ma da Washington in realtà sono finora arrivate poche conferme, a parte generici apprezzamenti americani nei confronti delle istituzioni europee, soprattutto perché, in tempi di primarie e di elezioni in vista, la forza di Obama non è di certo quella di solo alcuni mesi fa. Tanto che anche i britannici, filoatlantici che da tempo si sono scordati delle lotte americane per l’indipendenza, ora vanno all’attacco di fronte a un’America al momento meno potente. A partire da Nigel Farage, leader dell’Ukip, lo United Kingdom Independence Party che stravinse alle elezioni europee del maggio 2014 e che ha sempre puntato sull’addio a Bruxelles. L’alleato del Movimento Cinque Stelle all’europarlamento ha infatti bollato Obama come “il presidente più antibritannico di sempre: è sempre stato così”. Parole che solo fino a qualche mese fa nessuno nel Regno Unito avrebbe mai osato pronunciare.