Quanti di noi sono consapevoli di ciò che avviene dentro le mura degli allevamenti italiani di maiali? Nessuno, allevatori e operatori a parte – loro sì che sanno -, e gli investigatori, naturalmente, che, infiltrandosi, ci mostrano i trattamenti riservati agli animali. Non credo che bovini e ovini se la passino meglio dei maiali! Oggi, però, voglio far luce sui trattamenti riservati a questi animali nei nostri allevamenti, non perché siano più importanti di altri, sia chiaro, ma solamente perché mi è capitata tra le mani l’ultima investigazione della Lega Antivivisezione (Lav), dedicata all’industria suinicola, di cui vi proporrò un estratto. Voglio mostrarvi, grazie al loro prezioso lavoro, il lato oscuro di questi luoghi orribili, condividendo con voi tutto ciò che è emerso da questa video-investigazione girata con telecamere nascoste: sofferenza, agonia, terrore, malattia, morte e crudeltà.

Maiali-Lav

A meno di una settimana di vita, il cucciolo del maiale viene castrato senza anestesia davanti agli occhi della madre, che si vede strappare il proprio figlio, per assistere inerme alla sua mutilazione, ascoltando le sue grida, odorando la sua paura. Non può proteggerlo, non può difenderlo come farebbe un qualsiasi genitore se il proprio piccolo fosse in pericolo. Il sistema di allevamento è studiato per evitarlo; la gabbia la contiene, la divide da chi le tortura il figlio, altrimenti, l’operatore non la passerebbe liscia. Abbiate il coraggio di guardare il video, e ditemi, mamme, se in quegli occhi, in quel voler spaccare ossessivamente la protezione di ferro, non vi riconoscete e non vedete l’amore, il dolore, la paura, la rabbia, la frustrazione, l’odio, gli stessi sentimenti che provereste voi al suo posto. Credete ancora che quella mamma, solo perché di un’altra specie, non sia in grado di provare il nostro stesso dolore davanti a tanta crudeltà inflitta al proprio figlio?

Tutto quello che non vorreste sapere sulla vita dei maiali che finiscono sulle nostre tavole è racchiuso in questa investigazione Le cruente abitudini negli allevamenti di maiali presentata il 10 marzo al Parlamento Europeo di Strasburgo da Roberto Bennati, Vice Presidente della Lav. L’inchiesta è stata condotta da giugno 2015 sino a gennaio 2016, in allevamenti italiani situati nelle province di Brescia, Cremona, Lodi e Mantova, dove la Lav è riuscita a raccogliere testimonianze senza precedenti su una pratica cruenta, invasiva e generalizzata: la castrazione dei suinetti. Il taglio dei testicoli, effettuato senza anestesia da un operatore dell’allevamento, non richiede la presenza del veterinario se praticato entro il settimo giorno di vita dei maiali; è consentito dalla legge così come sono consentiti il taglio della coda o la troncatura dei denti da latte. Non c’è attenzione nell’eseguire la pratica, anzi, dalle immagini vediamo maneggiare i maialini senza cura, lanciandoli nei box come fossero oggetti infrangibili, subendo, così, altre lesioni e traumi. E tutto questo per prevenire lo sviluppo nei suini maschi, di un ormone comunemente chiamato “odore di verro”, che conferisce un sapore acre alle carni quando cotte. In Italia, il 100% dei suini maschi viene castrato, benché l’insorgenza di questo odore abbia una probabilità piuttosto bassa (3,31%), che potrebbe essere ulteriormente ridotta con migliori condizioni di allevamento e di alimentazione.

“Dal punto di vista etico, la castrazione rappresenta una ulteriore, inaccettabile, violenza che si aggiunge allo sfruttamento degli animali e alle loro terribili condizioni di detenzione negli allevamenti: una prassi antica e disumana che le lobby zootecniche e industriali continuano a difendere, oltre ogni evidenza e in contrasto con la mutata e accresciuta sensibilità dei consumatori” afferma la Lav. Dal 2009, la Federazione Europea dei Veterinari (Fve) si è dichiarata ufficialmente contraria alla pratica della castrazione chirurgica dei suini e a favore dell’adozione dell’immunovaccino, chiedendo di abolirla. Alla richiesta della Fve ha fatto seguito la Dichiarazione Europea “Boars 2018”, promossa nel 2010 dalla Commissione Europea e sottoscritta da numerosi Stati membri, tra cui l’Italia, con lo scopo di porre fine alla castrazione chirurgica dei suini nel territorio dell’Unione europea entro il 1 gennaio 2018.

Dopo quasi sei anni, la castrazione chirurgica dei suini maschi è ancora una pratica estremamente diffusa nell’Ue, fatta eccezione per alcuni stati come Regno Unito e Irlanda, dove quasi il 100% dei suini non è castrato e Spagna e Portogallo, dove l’80% viene allevato senza castrazione. “L’attuazione della Dichiarazione di Bruxelles “Boars 2018” deve essere la priorità assoluta per i governi, per le istituzioni nazionali ed europee, nel rispetto dello status di esseri senzienti riconosciuto agli animali dal Trattato di Lisbona. E’ ora di superare questi sistemi di sfruttamento di esseri viventi e di abolire per sempre prassi inaccettabili, come le mutilazioni: ce lo chiedono i cittadini-consumatori, sempre più consapevoli, che stanno gradualmente ma inesorabilmente determinando una “rivoluzione verde”, sostituendo le proteine animali con quelle vegetali, che non comportano sofferenza per i viventi, molto più rispettose della salute umana e sostenibili per l’ambiente: uno sviluppo sicuramente inarrestabile” dichiara Roberto Bennati della Lav, associazione che propone un modello alimentare vegetale come unica soluzione capace di cancellare le vergogne di questo sistema di sfruttamento di decine di milioni di esseri viventi.

Anche se la pratica della castrazione venisse abolita, rimarrò, in quanto vegana, contraria a qualsiasi forma di allevamento. Non esiste un allevamento etico, in voga in questo periodo anche negli ambienti “green”. Il veganismo non è solamente ciò che mangiamo; è uno stile di vita contro ogni forma di sfruttamento e un allevamento, seppur “sostenibile”, è pur sempre un luogo dove l’animale viene cresciuto e fatto riprodurre per scopi commerciali, per ricavarne pelli, cibo, corpi da vivisezionare o da vendere e lavoro animale.

Attenzione: le immagini riportate in questo video potrebbero urtare la vostra sensibilità