L’uccisione di Salvatore Failla e Fausto Piano, i due operai italiani sequestrati in Libia, ha riaperto questioni di geopolitica rimaste in sospeso dal lontano 2011. Questa primavera cade il quinto anniversario della caduta del regime di Gheddafi, caduta che invece di produrre una transizione verso la democrazia è diventata preludio dell’attuale caos politico. Naturalmente nessuno ha il coraggio di ammettere che l’intervento occidentale, ed in particolare l’imposizione della no-fly zone in Libia e gli aiuti di vario genere elargiti ai gruppi insurrezionali, ha prodotto a sud delle coste della Sicilia uno stato fallito, che da anni scivola lungo la china già percorsa dalla Somalia.

La scomparsa dei due italiani, le autopsie non autorizzate ma eseguite in Libia, le polemiche riguardo alle negoziazione per i riscatti fanno tutti parte di una sceneggiata che abbiamo già visto in cui il ricco e potente occidente è messo alle corde da uno stato fallito, in mano a bande di delinquenti, signori della guerra, terroristi e gruppi di politici che si autonominano membri di immaginari governi. Da tempo in Libia ne esistono due, uno Tobruk ed uno a Tripoli. Entrambi sono stati eletti ma in tempi diversi ed entrambi si considerano legittimi. Per rompere questo stallo, a metà dicembre del 2015, la comunità internazionale con l’aiuto dell’ONU ha suggerito un terzo governo, una sorta di governo tecnico che avrebbe dovuto pacificare il paese e prepararlo per nuove elezioni. Impresa questa già difficile in partenza, ci sono 1.200 gruppi armati in Libia e poi c’è, naturalmente, anche l’ISIS, che controlla la zona di Sirte. Ma nessuno ha potuto sperimentare questa impresa, il governo tecnico è rimasto un suggerimento, i ministri dei due governi attuali non si sono messi d’accordo e la situazione politica è rimasta immutata, anzi è peggiorata dal momento che la Stato Islamico ha guadagnato terreno durante questi mesi.

Che fare? Le minacce di intervento armato da parte dell’occidente per convincere i membri dei due governi ad accettare quello tecnico non hanno funzionato. L’Italia ha persino fatto la voce grossa più di una volta, dicendosi disposta ad intervenire militarmente, ma dopo la tragedia dei due ostaggi italiani il ministro Gentiloni sembra aver cambiato disco. Eppure il presidente Obama ed i guerrafondai europei, i conservatori britannici, hanno suggerito che se ci sarà un intervento militare ed occidentale a guidarlo dovranno essere gli italiani. Per una volta Gentiloni ed il presidente del consiglio Renzi hanno preso una giusta decisione. L’intervento occidentale in Libia potrebbe finire disastrosamente come avvenne con l’operazione Restore Hope, che gli americani insieme all’ONU lanciarono in Somalia nel 1992. In Libia non sarà possibile intervenire bombardando, come in Siria, con i droni il Califfato, in Libia ci vorranno le truppe e gli elicotteri per evitare stanare i vari gruppi armati. Per chi ha bisogno di rifrescarsi la memoria l’operazione Restore Hope finì tragicamente il 3 ottobre del 1993 quando un elicottero Black Hawk venne abbattuto sui cieli di Mogadiscio ed i ribelli trascinarono lungo le strade della capitale somala il corpo trucidato di un soldato americano. Quelle immagini fecero il giro del mondo e motivarono la decisione della Casa Bianca di abortire la missione e lasciare la Somalia al suo destino.

Tutti sono convinti che quella decisione fu la causa del fallimento dello stato somalo. Ma non è così, l’operazione Restore Hope venne lanciata proprio perché la Somalia non aveva più un governo e stava scivolando nell’anarchia politica. Il processo di dissoluzione dello stato era iniziato all’indomani della caduta di Siyad Barre, il dittatore che dal 1969 fino al 1990 governò il paese prima con l’appoggio dei sovietici e poi con quello degli americani. La fine della Guerra fredda coincise con la caduta del regime di Barre perchè non serviva più a nessuna delle due superpotenze. I ribelli lo rovesciarono, i clan non si misero d’accordo su chi doveva governare e la nazione implose. In Libia dalla primavera del 2011 sta succedendo esattamente la stessa cosa.

Quindi è chiaro che riproporre soluzioni sbagliate e perdenti non sembra una buona idea. Rimane l’interrogativo di fondo ed impellente per l’Italia, che fare? La minaccia più imminente è il flusso dei migranti, se la rotta dei Balcani viene chiusa allora quella libica potrebbe diventare la più gettonata per entrare in Europa. Qualcosa l’Italia la dovrà fare, ma non da sola, con l’Europa al suo fianco e se l’Unione Europea non sarà in grado di offrire una soluzione europea per questo problema allora forse è giunta l’ora di domandarsi a cosa serve questa istituzione.