Prima dice che le discussioni interne al Pd sono una realtà parallela ai fatti importanti del Paese. Ma poi Matteo Renzi, dopo quasi una settimana di polemiche sulle primarie del Partito democratico, interrompe il silenzio. Alla scuola di formazione del partito dice di aver visto i video di Fanpage in cui si vedevano comportamenti anomali vicino ai seggi delle primarie di Napoli e che sia un bene che i giornalisti si siano interessati: “Ci sono state delle irregolarità, è evidente. La soluzione è che si valutino i ricorsi, senza dare per scontato che chi ha perso vinca e viceversa”. Sembra con altre parole la linea espressa in settimana dal suo vice Lorenzo Guerini: “Gli ulteriori ricorsi saranno verificati, aspetteremo l’esito e se il risultato delle primarie sarà confermato, tutti insieme a Valeria Valente andremo a restituire una speranza di cambiamento ad una città che va rilanciata e non passa il tempo a discutere delle regole interne al Pd”.

Da una parte Renzi si dice “disponibile a ragionare di tutto sulle regole delle primarie. Vogliamo togliere il contributo di un euro? Perché no? Ma non concedo mezzo centimetro è lo strumento delle primarie, l’alternativa sono i 100 capibastone come in passato”. Dall’altra però avverte la minoranza del partito, accusata di mettere in piedi “un disegno per screditare le primarie come strumento, è accaduto a Genova e per colpa di Sergio Cofferati abbiamo perso la Regione. C’è qualcuno che parla di personalizzazione del partito, non c’è antidoto più grande alla personalizzazione del rispetto delle regole”. Il capo del governo ricorda di parlare per esperienza visto che “quando ho perso le primarie sono rimasto a sostenere chi le aveva vinte, e non pensate che è stato facile dopo che ti venivano a dire, qui qualcosa non torna… Dissi se si poteva avere il verbale di una Regione, non dico quale ma lo immaginate… Mi dissero di no, i verbali sono stati bruciati”.

E l’alternativa offerta dagli altri partiti, dice Renzi, non sembra fare da esempio. “Nel M5S c’è il che principio uno vale uno poi arriva Casaleggio e vale per tutti: è impressionate quanto accaduto a Milano. Se c’è una procedura per la selezione del candidato e poi cambi idea è imbarazzante, è una visione da lunapark“. Mentre nel centrodestra esiste “un eccelso modello di democrazia in cui si è liberi di votare sì o sì al candidato”, cioè Guido Bertolaso che oggi e domani celebra le gazebarie inaugurate da Silvio Berlusconi. “Di fronte a questi due eccelsi modelli di democrazia – dice il segretario – le primarie sono un presidio di democrazia per tutti. Il fatto che ci siano consente alla politica di avere un rapporto della gente”.

Per questo chi mette in discussione le primarie, secondo Renzi, “offende la democrazia”. “Chi perde resta nel partito e fa una battaglia nel partito, come ha detto bene Gianni Cuperlo. Il principio del ‘chi perde va via’ e scappa con il pallone mette in discussione il partito”.

Di sicuro le amministrative – ribadisce Renzi – non saranno un test per il governo: “Non interpreto le amministrative come l’occasione in cui il governo si deve mettere in gioco. Si votano i candidati sindaco non il candidato premier”. Il leader democratico, tuttavia, assicura che il Pd a Roma “farà una grande campagna per Giachetti”. Al contrario “chi cerca di utilizzare strumentalmente il risultato delle amministrative in chiave interna sta sbagliando campo di gioco. Il campo di gioco c’è, chi vuole mandarmi a casa la battaglia la farà al congresso del 2017. L’elemento di confronto interno è nel congresso, è questa la novità del Pd”.

Ecco, se c’è un test per l’esecutivo e per la stessa leadership del Pd è quello del referendum costituzionale di ottobre. “Se perdiamo il referendum è doveroso trarne conseguenze, è sacrosanto non solo che il governo vada a casa ma che io consideri terminata la mia esperienza politica”. Un concetto, anche questo, già espresso più volte dal premier-segretario.

Tra le riforme istituzionali c’è anche quella elettorale criticata ancora oggi dall’ex segretario Pierluigi Bersani (“Penso il peggio possibile”). E Renzi ancora una volta difende l’Italicum, legandolo anche alla questione del partito della nazione: “Dov’è il punto chiave per capire se il Pd si trasforma in qualcos’altro? Nel premio alla lista. Se il premio è alla lista c’è il Pd, punto; se il premio è alla coalizione allora c’è la coalizione. Il premio alla lista l’ho proposto io e alcuni di quelli che oggi mi accusano di voler fare la coalizione con il centrodestra, anche con Verdini considerato un mostro di Lochness, sono gli stessi che non hanno votato l’Italicum perché non c’era il premio alla coalizione”.