L’industria del pallone è fra le prime dieci aziende del Paese, con un giro d’affari stimato in 13 miliardi (+53% rispetto a dieci anni fa), un valore della produzione a 2,72 miliardi (+1,2%). Il numero complessivo di tesserati per la Federazione Italiana Giuoco Calcio ammonta a 1.372.137 (1.073.286 sono calciatori, 240.996 dirigenti, 23.474 tecnici registrati e 34.381 arbitri). Si contano inoltre 13.652 società e 62.295 squadre, che hanno disputato un totale di circa 600.000 partite ufficiali con arbitro federale (alle quali vanno poi aggiunte le oltre 140mila gare amichevoli).

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La verifica dei bilanci e dei conti della serie A, spaventa non poco. L’ex campionato più bello del mondo ha perso 365 milioni nel 2014-15: erano 220 nel 2013-14. E il peggioramento fa ancora più impressione se si pensa che nel dato aggregato manca il club gialloblù del Parma, fallito ed esentato dalla pubblicazione dei documenti contabili. Quel che emerge dall’inchiesta della Gazzetta sui bilanci è la deriva di un movimento non solo ai margini del contesto internazionale, ma anche incapace di imboccare la via dell’equilibrio economico-finanziario.

Con un fatturato pressoché stabile in questi ultimi anni, leggermente aumentato (1,84 miliardi, 40 milioni in più del 2013-14) e strettamente legato ai diritti tv che pesano per il 60%, la gestione è precipitata a causa dell’aumento dei costi per un centinaio di milioni (a 2,4 miliardi) e della riduzione delle plusvalenze per un altro centinaio di milioni. Aggiungeteci gli effetti negativi dello stop alle comproprietà e il quadro è completo.

Escludendo il Parma, l’indebitamento al netto dei crediti della Serie A è cresciuto nella scorsa stagione di altri cento milioni, da 1,6 a 1,7 miliardi. In media le esposizioni verso le banche (1,1 miliardi in totale) sono aumentate dell’11% e quelle nei confronti dei fornitori (400 milioni) del 6%. Il guaio è che i debiti virtuosi, a favore di investimenti a medio-lungo termine, sono un’eccezione: l’Udinese ha fatto seguito alla Juventus accendendo un mutuo con Credito Sportivo e Mediocredito (15 milioni a bilancio nel 2014-15) per il rifacimento del Friuli. La ristrutturazione del debito di Inter e Roma non può lasciare tranquilli i tifosi: i beni nerazzurri e giallorossi sono in pegno agli istituti di credito. Negli ultimi tempi, diverse società come Genoa e Chievo hanno rateizzato le pendenze con il fisco e altre potrebbero seguirle.

In serie A, 12 società su 19 hanno chiuso l’ultimo bilancio in rosso. Qualcuna va in controcorrente, come la Juventus, in grado di realizzare il turnaround con la frequentazione stabile in Champions, e il Torino, pronto a festeggiare il terzo utile di fila. La Federazione è preoccupata per i forti squilibri, anche alla luce dell’entrata in vigore del fair play nazionale che nel 2018-19 imporrà il pareggio di bilancio. Sono già operativi alcuni parametri, concepiti nell’intenzione di evitare nuovi casi Parma. Su tutti l’indicatore di liquidità, che misura la capacità di un club di far fronte agli impegni finanziari nell’arco di 12 mesi. Alcune società rischiano di non starci dentro nella prossima stagione, a meno di ricapitalizzazioni o cessioni di giocatori: pena il blocco sul mercato e, dal 2017, il diniego dell’iscrizione al campionato.

Sul fronte dei costi, la principale voce di spesa delle società di serie A è costituita dalle retribuzioni dei calciatori, che si attestano intorno al 65% del valore della produzione. A differenza dei ricavi, osservando l’incidenza delle retribuzioni dei giocatori sul totale dei proventi non emerge una spaccatura netta tra grandi e piccole squadre. Ci sono, infatti, club di medie dimensioni oppure piccole società che registrano valori percentuali addirittura superiori a quelli dei grandi club.

Attualmente, quindi, le società di calcio italiane non possono essere considerate imprese dal punto di vista economico-aziendale. La necessità di raggiungere un giusto equilibrio tra logiche sportive ed economiche impone ai club di concentrare la propria attenzione non solo sulle vicende agonistiche, ma anche su quelle concernenti gli aspetti più propriamente manageriali della gestione. In particolare, al fine di assumere i connotati di vere imprese le società di serie A dovrebbero diversificare la loro attività.

Innanzitutto, i club dovrebbero focalizzarsi sullo sfruttamento a fini commerciali del marchio societario. Nel nostro Paese vi è arretratezza rispetto ad altri contesti europei, quello inglese soprattutto, nella commercializzazione di articoli col nome o col marchio della società (quelle che sono definite attività di merchandising). La causa principale di questo aspetto risiede nelle elevate dimensioni raggiunte in Italia dal mercato dei prodotti contraffatti – da 3,5 a 7 miliardi di euro il volume d’affari del mercato nero secondo stime di Confesercenti – che rendono difficile l’adozione di un’efficace azione repressiva da parte delle autorità competenti.

Il calcio italiano, così gestito, continua a perdere terreno nella speciale classifica dei ricavi che la Deloitte dedica ai principali club del calcio europeo. Tiene il dato dei diritti tv, ma cresce il divario commerciale e quello degli incassi da stadio. Il rapporto economico-finanziario che Deloitte dedica ai primi 20 club europei di calcio ci consente di aggiornare le distanze fra il calcio italiano e quello europeo, improvvisando una sorta di benchmark fra le strutture di ricavi dei principali top club.

Il Real Madrid comanda la speciale classifica con € 549,5 mln di fatturato, seguito dal Manchester United (€ 518 mln) e il Bayern Monaco (€ 487,5 mln). Prima delle italiane è la Juventus (€ 279,4 mln) al decimo posto, seguono il Milan (€ 249,7 mln) al dodicesimo, il Napoli (€ 164,8 mln) al sedicesimo e l’Inter (€ 164 mln) al diciassettesimo.

Sono 8 le squadre inglesi nelle top 20, l’Italia segue con 4, Germania e Spagna con 3, Francia e Turchia ne hanno una. E’ interessante notare che, scorrendo la classifica fino al trentesimo posto, dal 21° al 30° posto figurano ben altre 6 squadre inglesi su 10. Un’ascesa, quella dei team inglesi, favorita dal grande impatto dei diritti tv della Premier League rispetto agli altri campionati nazionali.

Riccardo Pizzorno per @SpazioEconomia