La Uefa ha detto basta: niente più gol fantasma. La decisione è stata presa dal comitato esecutivo dell’organizzazione nell’ultima seduta: la tecnologia che determina se un pallone ha superato o meno la linea di porta debutterà in campo continentale nella finale di Champions di San Siro e in quella di Europa League. La goal line technology sarà impiegata anche all’Europeo di Francia, dopo essere apparsa già durante il Mondiale brasiliano. Per ora si tratta di una sperimentazione, ma si va verso l’impiego del cosiddetto “occhio di falco”, ben visto anche dal numero uno degli arbitri europei Pierluigi Collina, in tutte le competizioni internazionali. Da tempo è realtà in Premier League, Ligue 1, Bundesliga e Serie A, dove ha già “punito” la Roma contro il Chievo e la Lazio in Coppa Italia contro la Juventus.

Eppure, tra polemiche, complottismo e sfottò, i gol-non gol hanno fatto la storia del pallone, recente e meno. Uno di loro ha persino deciso la finale di una Coppa del Mondo. Era il 1966 e l’Inghilterra si giocava il titolo a Wembley contro la Germania. Due a due dopo 90 minuti e supplementare, al 101esimo l’allora centravanti del West Ham Geoff Hurst, primo e solo ad aver realizzato una tripletta in una finale mondiale, calciò un destro che si stampò sulla traversa e uscì. Dopo eterni attimi di attesa l’arbitro Gottfried Dienst spiegò che la palla, dopo aver sbattuto sul legno, era entrata e convalidò, per la gioia degli inglesi che vinsero poi 4 a 2 la loro unica Coppa. Ad alimentare mistero e mito di quel gol fantasma pensò il guardalinee azero Tofik Bakhramov che, non masticando una parola di inglese, comunicò a gesti la sua sensazione al direttore di gara.

Un episodio che a distanza di 50 anni è ancora oggetto di studi e dibattito, visto che poche settimane fa l’ex Liverpool Jamie Carragher su Sky Uk ha provato attraverso una tecnologia satellitare che quel pallone era senz’altro entrato. E ti pareva. I Tre Leoni avrebbero pagato il conto con la buona sorte anni dopo, ai Mondiali sudafricani, quando un gran gol non fu assegnato a Lampard proprio contro la Germania, nonostante il pallone avesse abbondantemente oltrepassato la linea. Anche in Italia i casi sono diversi. Il più noto risale al febbraio 2012: la convalida del gol di Muntari avrebbe potuto riscrivere la storia di quella stagione, invece la Juve iniziò il suo corso vincente nel nostro campionato. E poi l’autogol di Terlizzi in Inter-Catania, Robinho in Catania-Milan e più indietro nel tempo Pellissier nel 2005 in Chievo-Juventus e Bierhoff nel 1997 sempre contro i bianconeri.

Fino a quello vintage di Virginio De Paoli del 1967. Da sempre ha avuto un rapporto complicato con l’oggetto il Milan, cui durante la stagione 1988-89 non furono concesse tre reti apparentemente valide. Si dice che Silvio Berlusconi e Adriano Galliani, su tutte le furie, commissionarono allora alla Elettronica Industriale Spa di Lissone la realizzazione di un congegno che, grazie allo sfruttamento dei campi magnetici, individuava quando un pallone era entrato e quando no. Ma costava troppo e le istituzioni non erano interessate a finanziare il progetto, per cui non se ne fece più nulla.

Il 12 gennaio 1975 nessun marchingegno avrebbe potuto impedire a Domenico Citeroni di opporsi al destino. I fatti sono ambientati al Del Duca, stadio dell’Ascoli che quel giorno ospitava il Bologna. “Era il nostro primo anno in Serie A e andavamo alla partita con la grinta di chi non vede certi campioni sul proprio campo tutti i giorni” ricorda Citeroni. Allora aveva 16 anni, oggi una quarantina di più. Quel pomeriggio, come ogni domenica, faceva il raccattapalle per la squadra della sua città e si trovava accanto alla porta difesa dal numero uno bianconero, quando divenne lui il protagonista. “Mancavano pochi minuti e stavamo perdendo – racconta -. Beppe Savoldi lanciato in contropiede tirò e io, da dietro, vidi la palla entrare. Gridai un bel vaffa e, di istinto, le diedi un calcio e quella tornò in campo”. Peccato che l’arbitro, Barbaresco di Cormons, non capì nulla di quello che era successo e fece proseguire.

“Avevo sedici anni, ero un ragazzino, e dopo quel gesto scappai, approfittando del fatto che la partita stava per finire. Non realizzai subito che stava per venire fuori un gran casino: mi nascosi, in città non si parlava d’altro e io rimasi zitto. Mi beccarono dopo tre giorni, ero a scuola e il preside mi convocò. Nella sua stanza c’erano tre giornalisti che mi tempestarono di domande, io ammisi. La settimana dopo fui ospite alla Domenica Sportiva a Milano e incontrai Savoldi, che mi tranquillizzò”. Dopo quella volta Domenico Citeroni, che oggi vive a pochi passi dallo stadio e continua a seguire l’Ascoli, ha fatto ancora il raccattapalle.“Solo che l’allenatore Mazzone mi faceva stare vicino alla panchina, lontano dai pali. Chinaglia una volta mi disse che se l’avessi fatto a lui mi avrebbe strozzato. Allora era diverso, si poteva fare più o meno ciò che si voleva. Zoff si lamentava perché non gli restituivamo mai pallone e una volta, da gran signore qual era, mi chiese molto cortesemente di sbrigarmi. All’Ascoli il pareggio andava quasi sempre bene e noi eravamo incaricati di rallentare le operazioni. Se invece bisognava recuperare calciavamo forte il pallone verso il centrocampo, a un mio collega partì una scarpa e colpì il portiere del Vicenza, che andò su tutte le furie con un fotografo”. Ancora oggi a Ascoli tutti ricordano quell’episodio del 1975 e celebrano Domenico Citeroni, secondo cui quel calcetto fu “una ragazzata, una cosa che ci stava”. “Il calcio di allora mi divertiva di più – conclude -. Oggi è tutto business: bisogna tornare alla realtà, al gioco vero che era 30 o 40 anni fa. Per questo oggi dico no alla goal line technology”.