C’è una terra di nessuno cui l’Italia non riesce ad accedere. E’ una porta che resta off limits per le autorità italiane, quella della sala autopsie, sia che l’interlocutore sia uno Stato in teoria “amico” come l’Egitto, sia che si tratti di un Paese in guerra come la Libia, ma la cui ex capitale Tripoli intrattiene ancora rapporti economici con Roma. E’ il filo rosso che collega i casi di Giulio Regeni, da un lato, e di Salvatore Failla e Fausto Piano dall’altro: le autorità del Cairo e di Tripoli hanno effettuato i loro esami autoptici sui corpi del ricercatore di Fiumicello e dei due ostaggi italiani. Fornendo, specie nel caso egiziano, versioni contraddittorie e inverosimili. Corpi in condizioni “indicibili”, sottoposti a “macelleria” senza che l’Italia abbia avuto la possibilità di fare alcunché.

La famiglia del saldatore specializzato di Carlentini era stata chiara: “Voglio che il corpo rientri integro e che l’autopsia venga fatta in Italia”, aveva chiesto Rosalba, la vedova, alle autorità italiane. La preghiera non è stata esaudita, sul corpo di Salvatore le mani le hanno messe prima i libici. Così ai medici legali italiani non è rimasto molto altro da fare e in una conferenza stampa convocata dopo l’esame autoptico effettuato al Policlinico Gemelli di Roma, Luisa Regimenti e Orazio Cascio, consulenti della famiglia, hanno parlato di “assenza dei fori” dei proiettili: una pratica utilizzata in sede di esame autoptico consiste nell’asportare il lembo di epidermide circostante il foro di entrata per valutare i parametri di “affumicatura” e “tatuaggio” e definire una serie di caratteristiche come la distanza dalla quale è stato aperto il fuoco e la traiettoria del proiettile.

“I fori sono stati asportati – conferma l’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi a IlFattoQuotidiano.it – chi ha effettuato l’autopsia a Tripoli ha tolto con un taglio netto tutto il tessuto epiteliale corrispondente ai sei fori, in modo che non è stato possibile stabilire il punto esatto in cui i proiettili sono entrati e sono usciti”. Quella fatta sul corpo di Salvatore Failla è stata “una macelleria” studiata e messa in atto per evitare che si possa giungere alla verità.

“Un metodo che ostacola il nostro modo di lavorare”, l’hanno definito Regimenti e Cascio, consulenti della famiglia Failla. “Tutto questo va visto alla luce del fatto che non si è nemmeno in grado di stabilire la distanza dalla quale è stato aperto il fuoco – continua Grimaldi – quanti colpi sono stati esplosi, quale era la posizione della vittima, ma anche del fatto che l’auto sulla quale viaggiavano Failla e Piano, in base alle fotografie diffuse, non presenta fori, che lo stesso veicolo viene poi incendiato, che Failla viene trovato fuori dalla macchina crivellato di colpi, il che non ci dà la possibilità di capire chi lo ha ammazzato. Questo è il dramma”. C’è stata in pratica la volontà “di usare tutti i mezzi per evitare che la verità venga a galla”.

Fuoco amico? “Tutto si può ipotizzare alla luce di quello che è successo. Ogni ipotesi è formulabile, è fuori di dubbio”. Anche quella di un’esecuzione, quindi. Un esecuzione eseguita non “da Isis”, come ventilato dalle forze di sicurezza di Sabrata subito dopo il ritrovamento dei corpi e dal ministro degli Esteri di Tripoli che mercoledì assicurava che Failla e Piano erano stati “uccisi con un colpo alla nuca” (circostanza esclusa dall’esame eseguito al Gemelli), ma – ipotesi che al momento non può essere esclusa – dalle milizie che secondo diverse ricostruzioni contro i carcerieri avevano aperto il fuoco.

La famiglia aveva chiesto che l’autopsia non fosse effettuata in Libia. Le sue richieste non sono state ascoltate. “Credo che le autorità italiane abbiano fatto il possibile per evitare l’autopsia – continua Grimaldi – questo almeno credo che sia stato fatto. Se ci sia stata una richiesta ufficiale, non lo so. Ci è stato detto che ‘erano tutti in Libia per cercare di accelerare la consegna delle salme senza l’autopsia’, mi auguro che sia vero”. Ma anche se le pressioni in questo senso ci sono state, non hanno sortito effetto. Il governo italiano non riconosce quello di Tripoli preferendogli Tobruk in sintonia con la comunità internazionale, ma i rapporti ci sono: l’Eni in Tripolitania ha tre giacimenti di petrolio e due di gas e il gasdotto Green Stream, inaugurato il 7 ottobre 2004 a Mellitah (85 km a ovest di Tripoli), realizzato da Eni, è una delle principali preoccupazioni di Roma.

Anche al Cairo, capitale di uno Stato sovrano, la sala settoria è rimasta chiusa per le autorità italiane. L’Egitto, con il quale l’Italia intrattiene solidi rapporti economici e che oggi ha cambiato strategia sul caso invitando al Cairo i magistrati di Roma che indagano sul caso, ha eseguito l’autopsia sul corpo di Giulio Regeni per competenza territoriale. I risultati dell’esame sono stati utilizzati dalle autorità egiziane l’8 marzo per fornire l’ennesima versione sulla fine del ricercatore di Fiumicello dopo la tesi dell’incidente stradale o dei “servizi segreti legati ai Fratelli Musulmani”, la “vendetta subita per screzi personali”. Fin dai momenti successivi al ritrovamento – lungo la strada che collega la capitale con Alessandria – era stato chiaro che Regeni era stato torturato e che il corpo era in condizioni “indicibili“, scriveva La Repubblica, che parlava di “evidenti i segni di tortura sul corpo. Ustioni di sigaretta, la mutilazione di un orecchio, incisioni da taglio, ecchimosi profonde e diffuse”, le unghie di un dito della mano e di uno del piede strappate.

Per smontare la tesi della tortura le autorità egiziane hanno tirato in ballo l’esame autoptico: “Alcuni campioni di unghie sono stati prelevati” in sede di autopsia “per appurare se abbia opposto resistenza contro qualcuno – ha detto ad “Agenzia Nova” il procuratore di Giza, Hossam Nassar – le sue orecchie non sono state tagliate”, ha proseguito Nassar, ipotizzando che “i tagli alle orecchie e sul corpo a cui si riferiscono i media italiani siano stati effettuati durante l’autopsia per prelevare dei campioni”. L’ennesima versione, l’ennesimo sfregio inflitto a Giulio Regeni senza che Roma sia stata in grado di fare nulla.