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Il ministero della Giustizia, a firma del capo dell’Amministrazione penitenziaria Santi Consolo, presenta in Parlamento la consueta relazione sul lavoro penitenziario relativa al 2015. Per chi conosce il carcere non è una sorpresa: la mercede (ovvero, in italiano, la paga) corrisposta ai detenuti lavoranti (ovvero, in italiano, lavoratori) si aggira in media attorno ai 2 euro e mezzo l’ora, essendo più bassa per gli scopini, gli spesini e i portavitto (ovvero, in italiano, gli addetti alle pulizie, allo spaccio interno e i camerieri) e un po’ più alta per gli scrivani (ovvero, in italiano, i segretari di reparto).

Chi conosce il carcere sa inoltre che quei 2 euro e mezzo l’ora vengono corrisposte magari per tre ore sulle sei lavorate in un giorno, e ufficialmente certificate dai turni scritti sul foglio appeso in bacheca. E sa che il lavorante lavora magari due giorni a settimana per due settimane al mese, per due mesi l’anno. Se il carcere ha costituito mai un’avanguardia, lo ha fatto nella sperimentazione di forme creative di liberismo lavorativo a basse garanzie.

Le mercedi, che per legge devono essere pari ad almeno due terzi di quelle esterne (e già si capisce poco il senso della diminuzione, posto che il detenuto lavorante paga per il proprio mantenimento in carcere) sono ferme ai primi anni ’90, in teoria per mancanza di fondi. Dopodiché i detenuti fanno ricorso, inevitabilmente vincono e a quel punto i fondi devono venire fuori. Solo la nostra associazione Antigone ha seguito una quarantina di cause senza perderne neanche una. Santi Consolo, e con lui il ministro Orlando, denunciano con forza la situazione, e questo è meritorio. Ma io credo che oggi il tema del lavoro in carcere vada posto in termini più ampi del solo – pur sacrosanto – adeguamento delle mercedi.

Il tema va posto nel senso di una seria rivalutazione, riqualificazione, rielaborazione del lavoro in quanto tale per quella quota di persone che si trova privata della libertà di movimento (badate, solo questo deve essere la reclusione, e non privazione di altri diritti, quali quelli lavorativi), che si rispecchi innanziutto in un accantonamento del linguaggio carcerario gergale volto a infantilizzare, discriminare, irridere il lavoratore detenuto.

Siamo in epoca di riforme penitenziarie. Facciamo in modo che prendano tutt’altra strada rispetto a quella da qualcuno proposta neanche troppo tempo fa che mirava a introdurre il lavoro obbligatorio e gratuito (in italiano, il lavoro forzato) nelle carceri italiane. Siamo in epoca di riforme: puntiamo allora a riforme epocali. Il lavoro merita di starvi al centro. Merita un ripensamento che sia prima di tutto culturale e poi economico. Il lavorante scopino o portavitto è oggi relegato al livello di un bambino cui la mamma chiede di mettere a posto la cameretta così potrà avere in cambio i soldi per le caramelle.

Assistenzialismo e non reale inserimento in un contesto lavorativo e sociale. Il lavoratore – libero o detenuto che sia – deve invece essere messo in condizione di usare il suo lavoro come strumento sociale di affermazione della propria dignità, di autonomia, di responsabilizzazione. Solo così potremo sperare in un carcere capace di rispondere tanto ai diritti dell’uomo quanto al dettato costituzionale e alla convenienza sociale di una pena capace di reintegrare e abbattere la recidiva.