Nell’arco di 48 ore le primarie a Napoli che il Pd aveva salutato come quelle del riscatto e del ritrovato feeling con la cittadinanza si stanno risolvendo nel modo più rovinoso per il Pd, e ritornano ad essere un caso nazionale come e più che nel 2011.

Non solo hanno riprodotto lo spettacolo poco “edificante” di cui Antonio Bassolino, ingombrante auto-candidato-unico per molti mesi, si è detto comprensibilmente “disgustato”: per le immagini ma anche per “le interpretazioni ridicole che ne sono state date”. Ma con la bocciatura annunciata del ricorso dell’ex sindaco, motivata con lo sforamento di 24 ore rispetto ai tempi regolamentari, le primarie napoletane lasciano l’amara e netta impressione di tradimento delle finalità dichiarate.

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Infatti, la questione è sempre quella, anche se probabilmente in questa tornata le irregolarità e la distribuzione dei due euro a elettori del tutto ignari sono state numericamente più “contenute” e senza i torpedoni di cinesi, che si era presentata cinque anni fa (come ha osservato Luigi De Magistris). L’esito finale, allora, era stato l’annullamento delle primarie taroccate vinte da Andrea Cozzolino, sostenitore della vincitrice Valeria Valente.

Ora la conclusione, al di là dell’esito dell’indagine conoscitiva aperta dalla procura, è l’avallo da parte della commissione di garanzia di un risultato a dir poco “opaco” e la pietra tombale sulla richiesta dello sconfitto per 452 voti, limitata all’annullamento dell’esito di soli 5 seggi su 78.

E se la sottovalutazione e la derubricazione ad aneddoto spassoso o sciocchezze, “babbarie”, nel lessico da avanspettacolo di Vincenzo De Luca non sono una grande sorpresa, ascoltare dallo “storico” Andrea Romano, folgorato da Renzi in quanto “più bravo di D’Alema”, che i soldi ai seggi venivano dati così senza secondi fini per agevolare chi ne era sprovvisto, è un’ offesa in primo luogo a chi è andato a votare da libero cittadino.

Il bilancio di queste primarie, decantate a caldo come un gran successo, stando alle realtà più significative di Napoli e Roma, conferma l’ingloriosa fine annunciata di uno strumento di democrazia deformato e ridotto a caricatura in mancanza di un riconoscimento e di una regolazione normativa necessari quanto invisi al sistema partitico che si è ben guardato da metterci mano quando si è occupato di legge elettorale.

Il risultato di Roma, dove l’effetto di Mafia Capitale e la liquidazione di Marino hanno prodotto la contrazione di oltre la metà dell’elettorato insieme alla proliferazione sospetta di schede bianche, è stato salutato dal commissario-presidente Matteo Orfini come oltremodo positivo, visto e considerato che i centomila votanti per Marino includevano “file di rom, truppe cammellate, voti taroccati”.

A Napoli l’affluenza, se comparata ai dati recenti, ha tenuto in particolare in periferia, dove si sono concentrati i voti per la Valente, candidata già dei giovani turchi e poi renziana beneficiaria del voto “indotto” testimoniato nelle immagini; e questa volta Orfini potrebbe commentare con soddisfazione che si tratterebbe più di voto taroccato che di grandi movimenti di truppe cammellate.

Dopo l’inammissibilità del ricorso, facilmente prevedibile in quanto la commissione di garanzia, aveva da subito rifiutato di esaminare i filmati di Fanpage con la motivazione che i fatti ripresi non erano stati riportati in nessun verbale il comitato ha ufficializzato la candidatura a sindaco della Valente e dunque i giochi in casa PD sono fatti. Ma la frattura con la minoranza che non ha gradito i pronunciamenti di troppi portavoce renziani prima della decisione della commissione si è ulteriormente acutizzata. La preoccupazione espressa da Bersani è per quello che definisce “un problema politico gravissimo”, e cioè “il disagio dei nostri elettori” ai quali bisogna chiedere di metabolizzare l’ennesima “figuraccia” del partito che aveva amministrato più a lungo la città e che ora esce ancora più indebolito dal “successo” di queste primarie rispetto a Luigi De Magistris e al M5S.