Una vendetta dopo un diverbio che si era trasformato in lite e scontro fisico. Gli inquirenti che indagano sul duplice omicidio dei fidanzati di Pordenone sono convinti sia stato questo movente di Giosuè Ruotolo, il commilitone di Trifone Ragone, arrestato ieri dai carabinieri. Il 26enne campano è rinchiuso nel carcere di Belluno. Mentre la fidanzata Rosanna Patrone, indagata con l’accusa di favoreggiamento, è agli arresti domiciliari. “Abbiamo un quadro indiziario complesso che porta all’affermazione di responsabilità per Giosué Ruotolo” ha spiegato in conferenza stampa il procuratore della Pordenone, Marco Martani.

“Un runner il testimone chiave”
Secondo gli inquirenti i dissapori nacquero quando i due commilitoni – ed ex coinquilini – furono protagonisti di un acceso scambio di vedute che degenerò fino allo scontro fisico. Da allora Ruotolo, secondo l’accusa, avrebbe pianificato la propria vendetta messa poi in atto la sera del 17 marzo nel parcheggio del palazzetto dello sport cittadini. Secondo quanto riporta il Messaggero veneto Ragone pensava che Ruotolo potesse essere autore di alcuni messaggi inviati da un profilo Facebook anonimo alla sua fidanzata Teresa Costanza. Forse Ruotolo (foto da Facebook) temeva le conseguenze per la sua carriera nella Guardia di finanza nel caso in cui Ragone decidesse di denunciarlo.

“Testimone chiave è il runner, un atleta che stava facendo jogging attorno al palazzetto dello sport. Ha incrociato le vittime – ha aggiunto Martani – che ricorda mentre stavano per salire sulla loro auto incamminandosi lungo via Amendola, indicando precisamente ai Carabinieri la zona dove si trovava in quell’istante. Lo stesso atleta ha completato il proprio allenamento nella stessa zona del parco di San Valentino. Si tratta di 420 metri percorsi in un lasso di tempo compreso tra due minuti e mezzo e tre minuti. La medesima telecamera inquadra trenta secondi prima la vettura di Ruotolo: cioè poco dopo che l’omicidio è stato commesso. La vettura di Ruotolo si doveva quindi per forza trovare nel luogo in cui l’omicidio è stato commesso”.

La stessa vettura, per Martani, “in una seconda curiosa coincidenza si ferma nel parco di San Valentino per un percorso di jogging: il tempo dichiarato da Ruotolo è incompatibile col tracciato riferito. Il percorso è invece compatibile con la possibilità di raggiungere la zona del laghetto dove è stata trovata la pistola. Non è vero nemmeno che la sosta fuori dal palasport è durata solo dieci minuti, ma almeno 25 minuti prima del momento in cui lo ritraggono in uscita dal parcheggio. Ruotolo è quindi rimasto nel parcheggio per molto tempo e tanti stalli si erano nel frattempo liberati: inverosimile quindi che egli si sia fermato per soli dieci minuti e senza poter lasciare l’auto in sosta in un parcheggio, come dichiarato per giustificare la propria presenza e l’improvvisa decisione di andarsene – ha concluso – proprio nei secondi in cui l’efferato crimine veniva consumato”.

“Inquinamento della prova è stato l’omicidio di Teresa”
“Primo e più grave ‘inquinamento della prova’ è stato l’omicidio di Teresa, perché era Trifone di cui Ruotolo si voleva vendicare, ma Teresa avrebbe potuto mettere gli inquirenti sulla pista giusta raccontando i dissidi recenti coi due fidanzati” ha affermato Martani. “Ruotolo – ha aggiunto Martani- aveva dato corso a numerose cancellazioni sospette dal pc e dal telefonino. La prima avviene nella serata del 18 settembre, il giorno in cui i media diffondono la notizia. Comportamento reiterato nelle settimane seguenti. Vengono cancellati anche dati dal pc di Somma Vesuviana, forse da parte del fratello, che procede a cancellare i dati e le chat dei mesi precedenti”.

Il procuratore: “Quadro indiziario”
“Un elemento importante è la ricostruzione dei tempi e la presenza delle persone sul luogo dell’omicidio: queste due variabili ci portano a dire che Giosuè Ruotolo era nel parcheggio davanti alla palestra non appena prima il momento dell’omicidio, ma durante. Prima – ha aggiunto il procuratore -aveva detto di non essere stato lì, poi ha cambiato versione dopo la visione di alcune immagini; parlando con un testimone abbiamo concluso che è impossibile che lui non abbia sentito gli spari.

“Il quadro giudiziario nei confronti di Ruotolo si è andato progressivamente aggravando – ha precisato Martani – anche se dal mese di ottobre, dopo il primo interrogatorio, gli elementi a carico dell’indagato erano già molto consistenti. Siamo nel più classico processo di carattere indiziario: non c’è Dna, né qualcuno che ha visto l’omicidio o il momento in cui si disfaceva dell’arma. Siamo persuasi – ha sottolineato – che Ruotolo fosse presente sul luogo del delitto nelle fasi in cui questo si consumava: il suo veicolo, per sua stessa ammissione postuma, si trovava a otto metri e mezzo da quello delle vittime. Tuttavia la sua vettura è stata ripresa dalla videosorveglianza subito dopo nella zona del parco di San Valentino, esattamente dove poi è stata ritrovata l’arma del delitto. Fondamentale è stato il ruolo della tecnologia e la presenza delle telecamere della videosorveglianza”.