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Un rischio serio sta interessando lo scenario di noi utenti e consumatori. Una serie di emendamenti presentata alla legge annuale sulla concorrenza, potrebbe dare libero sfogo ad un’iniziativa imprenditoriale, di grande impatto e forti polemiche: Uber. Io mi occupo di diritti e questo potrebbe sembrare un argomento di non mia stretta competenza. Ma se non altro anch’io sono una consumatrice e quindi giocoforza tirata in ballo. E poi qualsiasi ambito umano può essere interessato da argomenti che vanno a riguardare i diritti delle persone.

C’è il mio diritto ad essere tutelata d fronte ai soldi che spendo, alle transazioni che eseguo ed ai servizi che utilizzo. Ma c’è poi tutta una serie di diritti, che relativamente alla partita Uber, riguardano una molteplicità di soggetti. Certamente c’è il diritto della multinazionale americana di fare affari… Business. Ma ciò non può soverchiare altro. Come il sacrosanto principio di pagare le tasse e, ai lavoratori, i contributi previdenziali, come tutti gli emolumenti che vanno versati in maniera corretta e senza scalzare obblighi a danno di altri o a loro beffa. C’è poi il diritto di certi lavoratori – o piccoli imprenditori che svolgono un servizio pubblico regolato, i tassisti, intendo – a non vedersi scavalcare dal potere soverchiante e preponderante di chi può attingere a una cassa sostanzialmente senza fondo.

Il Tribunale di Milano aveva stabilito delle regole, mettendo fuorilegge Uberpop, l’app che permette a tutti di trasformarsi in “improvvisati tassisti”. La senatrice del Partito democratico, Linda Lanzillotta, ha riaperto la questione, proponendo una soluzione di mezzo. Lanzillotta punta a una regolamentazione di Uberpop, “affermando che non rappresenta il diavolo” che è l’Antitrust a chiederci di fare qualcosa. Insomma Lanzillotta giustifica i suoi emendamenti all’articolo 50 del ddl Concorrenza con l’esigenza di regole in virtù di una concorrenza che “fa bene a tutti”.

In realtà il rischio è di legalizzare una situazione in cui gli utenti, che quotidianamente necessitano di mezzi pubblici per facilitare i loro spostamenti, vedano venir meno una serie di garanzie tipiche del servizio pubblico taxi, ovvero quello della tariffa dalla Pubblica Amministrazione, oppure, ad esempio, quello dell’accessibilità è (di questi giorni l’aumento di altre 20 vetture dedicate al trasporto di disabili nella città di Milano). E su questo punto anche organizzazioni di consumatori hanno fatto sentire le loro proteste.

Ma c’è di più. Sono pure in pericolo i diritti dei lavoratori, ai quali non vengono garantiti i contributi previdenziali. Uber e i suoi autisti non sono obbligati a pagare nessuna cassa. Se passasse una simile impostazione, il sistema nel suo complesso non reggerebbe. E’ facile credere che ciò verrebbe utilizzato anche in altri ambiti lavorativi, diventando un’ottima scappatoia per datori di lavoro senza scrupoli al fine di precarizzare all’eccesso i propri dipendenti e risparmiare sulla loro pelle. Tutto il sistema pensionistico potrebbe quindi essere a rischio.

La sharing economy – l’economia che parte da beni condivisi, quella che prende il via dal basso, dalla giusta esigenza degli utenti a risparmiare – doveva essere un’alternativa al capitalismo, inteso come quella forma che sfrutta il lavoratore abbagliandolo con la falsa speranza di un consumismo alla portata di tutti; si sta rivelando invece come un altro tipo di macchina per far soldi ad appannaggio di pochi.

Chi mette a disposizione gli strumenti per trasformare in pratica la sharing economy si trova, naturalmente, il coltello dalla parte del manico. Può agire in modo che a lui spettino lauti guadagni e sotto, agli utenti finali, un servizio che solo in principio dia l’impressione del risparmio, ma a scapito dell’impoverimento di altri, degli standard del lavoro e delle leggi sullo stesso, senza contare la generazione di un nuovo e più subdolo tipo di precariato.

Partendo dal concetto di sharing economy c’è il rischio di arrivare a formulare una nuova forma di sfruttamento; una sorta di caporalato 2.0 a danno soprattutto delle fasce deboli del lavoro, spinte ad accettare impieghi sottopagati e senza tutele. Proprio negli Stati Uniti e proprio in California, dove molti applicativi legati alla sharing economy sono nati e continuano a nascere, si sono registrati grossi problemi sul fronte del lavoro; Uber, per esempio, è già stata censurata da alcuni giudici del lavoro per aver trattato gli autisti come “indipendenti” e non come dipendenti.

Questo pericolo riguarda anche il nostro Paese, dove il dibattito mi sembra un poco confuso; tra chi è a favore di ogni forma di nuova economia della condivisione ed è visto come uno al passo coi tempi, e chi invece è critico ma è additato come passatista. Al contrario credo ci si debba fermare a riflettere e non dare libero sfogo a tutto questo attraverso qualche emendamento: una soluzione sbagliata.