Matteo Renzi visita i militari italiani in Afghanistan

Sotto il comando supremo di Matteo Renzi, e già questo è preoccupante, l’Italia sta entrando in uno scontro armato di cui non controlla né l’andamento né le finalità, insomma nell’incertezza che un antico condottiero cinese tuttora studiato dagli analisti militari, Sun-Tzu, definiva la condizione del perdente (“In un’operazione militare vittoriosa prima ci si assicura la vittoria e poi si dà battaglia; in un’operazione militare destinata alla sconfitta prima si dà battaglia e poi si cerca la vittoria”). Entra nella battaglia malvolentieri, quasi alla cieca, trascinata dagli eventi, dallo svanire delle sue illusioni, dall’attivismo di alcuni governi formalmente amici, a cominciare da quello francese. Non erano questi i progetti. Nella polvere e nel fracasso di un conflitto che comincia nel caos, mentre già piangiamo i primi morti con il dubbio che li abbia uccisi il fuoco amico, è difficile credere che le geometriche strategie immaginate a Roma possano compiersi.

L’Italia puntava sull’impiego di una forza multinazionale, per gran parte occidentale, cui avrebbe partecipato con un contingente di cinquemila uomini. In cambio dell’autorizzazione a usare le basi siciliane per i suoi droni, l’amministrazione Obama aveva dato l’assenso a porre quell’esercito virtuale sotto comando italiano. Così espressosi il grande alleato, il progetto pareva cosa fatta alla nostra stampa, che già si complimentava.

Ma le cose stanno diversamente. Roma ha condizionato l’intervento multinazionale a una richiesta libica, e la Libia di governi e di parlamenti ne ha ben 2+2, cioè nessuno. Occorre dunque insediare un governo unificato, cui manca l’approvazione di uno dei due parlamenti rivali: ma questo non riesce a votare perché un gruppone di deputati diserta le votazioni. Al sabotaggio non sembrano estranei il generale libico Haftar, il regime egiziano suo estimatore, e gli immensi giacimenti di petrolio pericolosamente vicini al confine con l’Egitto. Quattro giorni fa il Cairo ha proposto di affidare la guerra contro l’Isis non a soldati stranieri ma all’esercito libico, che esiste solo come nome della milizia di Haftar. Quest’ultima è poca cosa ma da quando la sorreggono unità francesi ottiene successi a Bengasi.

Se alle mene franco-egiziane s’aggiunge la ragionevole ostilità di Algeria e Tunisia all’ingresso in Libia di eserciti occidentali, potremmo concludere che il progetto italiano sia già sfumato. Meglio così, forse. Bissare con truppe di terra l’intervento Nato del 2011, che tutta l’Africa visse come una guerra neo-coloniale, attirerebbe jihadisti come carta moschicida.

Ma l’alternativa che si va profilando, la guerra all’Isis combattuta da milizie locali appoggiate da aviazioni straniere e guidate da servizi segreti, comporta rischi non minori, per la Libia, per il nord Africa e per la stessa forma dei nostri sistemi politici. Potrebbe condurre a una partizione della Libia in due o tre staterelli petroliferi, vassalli di patron europei e di Stati confinanti (una soluzione che Roma considera il suo ‘piano B’, malgrado annunci conflitti infiniti, per i confini e per i pozzi di petrolio); oppure a un’anarchia militare di tipo siriano, che consegnerebbe vasti tratti delle coste antistanti la Sicilia a consorterie di guerrieri o a un jihadismo proteiforme.

La natura anfibia della mischia, poi, potrebbe contagiare la sua pericolosa ambiguità alle democrazie europee. Già in questo esordio confuso la scelta più importante che una democrazia sia chiamata a compiere, la guerra, viene sottratta al parlamento e confiscata dal governo, che a sua volta si affida a servizi di sicurezza segreti per definizione. Se in Italia sommiamo a tutto questo un giornalismo mediocre, una classe politica modesta e un conducator, Renzi, che aveva puntato le sue carte sugli egiziani, c’è solo da sperare che questa fase finisca subito e ne cominci una radicalmente diversa, in cui la necessaria sconfitta dell’Isis non abbia un costo suicida.

Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2016