Ho vissuto anch’io l’ubriacatura del ’68. Fu allora che scoprii l’etimologia della parola idiota “individuo privato, senza cariche pubbliche”. Tutti pensavamo che lo spazio privato, così come quello chiuso, alimentasse idiozie; che solo nel rapporto con gli altri, i tanti altri, si definisse il senso della nostra esistenza. Più ampia era la condivisione, di qualunque cosa, più ti sembrava di familiarizzare con la felicità. Vestivamo tutti allo stesso modo, le nostre case erano le piazze e i nostri luoghi erano le assemblee. Ogni assemblea serviva a convocare la successiva, il mezzo, stare insieme, in realtà era il nostro inconsapevole scopo.

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Ma i tempi delle nostre vite furono più veloci di quelli della storia. E quando le scorciatoie ci apparvero tali o inaccettabili, dovemmo riabituarci alle vicende personali, alla ricerca di un lavoro, di una famiglia, di una qualche forma di realizzazione individuale. Dico che in questo nuovo arco di esperienza, quello della formazione delle coppie e della messa al mondo dei figli, l’idea comunitaria, che avevamo inseguito e alimentato durante gli anni del movimento, ha trovato lo scacco definitivo.

Basti solo questo: come ritenere possibile dare valore ai legami sociali, per quanto rinnovati, se non siamo capaci di far durare la vita di coppia oltre la media di 3 anni? Cosa ci potrebbe far ritenere possibile nella società nel suo complesso quello che non riusciamo a realizzare nel ridotto di una famiglia? Il destino mi sembra compiuto: nel nostro occidente l’individuo è la misura di ogni cosa.

Mi ricordo Herbert Marcuse quando diceva che la società ideale è quella in cui le panchine pubbliche sono monoposto. Già. La dimensione pubblica allora diventa il luogo strumentale alle libertà individuali e intanto funziona in quanto tendenzialmente si annulla. Ma l’individuo, questo individuo occidentale, è libero o è il risultato della rete sociale e degli interessi organizzati che vi operano?

Mai nella storia dell’umanità l’individuo è stato tanto dipendente dagli altri quanto lo è oggi, per quanto la sua coscienza gli faccia ritenere il contrario.

Considero uno dei segni più eloquenti del declino della nostra civiltà la distanza, quasi incolmabile ormai, tra l’uso degli oggetti nella nostra vita quotidiana e la conoscenza del loro processo generativo. Per questo penso che la nostra libertà sia solo apparente e comunque in rapidissima dissipazione: come si fa a fingersi liberi se basta un hacker o un cambio di algoritmo per bloccare la tua capacità di scrittura, la tua capacità di ricerca, la gran parte dei materiali dei tuoi studi, il tuo conto in banca, i tuoi post su Facebook o i messaggi su Whatsapp…?