Per prima cosa consigliamo di non accettare mai un regalo inatteso. Soprattutto se è una bottiglia di vino lasciata infiocchettata sullo stuoino della porta di casa da un tizio che si è a malapena riconosciuto tra gli scaffali di un negozio dopo 20 anni.

In The Gift/Regali da uno sconosciuto, l’opera prima del già ottimo attore australiano Joel Edgerton, tutto inizia proprio così. Con la coppietta apparentemente felice che viene avvicinata dallo stalker di turno. I due gli danno corda, lo lasciano perfino entrare nella loro nuova casa, e non se lo levano più di torno fino a quando l’inquietudine si fa insostenibile, la paura e le verità di un passato nascosto riappaiono come un boomerang.

Bello The Gift, bello e terribile nel suo incedere da thriller in cui vengono evocate di continuo atmosfere orrorifiche, trascendenze sovrannaturali, risoluzioni omicide, che alla fine non arrivano mai.

Qualcuno potrebbe ricordare il recente, e pessimo, Knock Knock di Eli Roth, proprio nell’innesco del plot, lo sconosciuto alla porta; ma forse siamo più dalle parti del montare della tensione alla Funny Games di Haneke o del ricamo sottile e potente di un sottotesto che disgrega sotterraneamente ogni certezza alla Hitchcock.

Simon (un redivivo Jason Bateman), dirigente di una società di sicurezza informatica, e sua moglie, Robyn (algida e fragile Rebecca Hall), una designer d’interni, si sono trasferiti da Chicago a una casa da sogno a Los Angeles, dove Simon ha passato infanzia e adolescenza. La coppia è senza figli, ma con un cane, Mr. Bojangles. Robyn, velatamente depressa dopo quello che si intuisce esser stato un aborto, è cupa e ansiosa. Simon ha gli occhietti luccicanti del maritino più gasato dalla promozione in ufficio che da qualsiasi affettività coniugale. Appena arrivati, e mentre sono a fare shopping i due vengono avvicinati da un estraneo. Tal Gordon, o Gordo (un sornione e preoccupante Joel Edgerton) che dice di ricordarsi di Simon come suo ex compagno delle scuole superiori.

L’arrivederci detto a mezza bocca dalla coppia diventa solo la prima tappa di uno pedinamento ossessivo e continuato che fa rizzare i capelli. Gordo comincia a lasciare regali fuori dalla porta dei due (liste con numeri di telefono utili, un detersivo per i vetri, i pesci rossi per l’acquario all’aperto, ecc…) che, apparentemente ignari della doppia finalità dell’uomo, lo lasciano entrare nella loro casa, come nella loro vita che verrà presto sconvolta.

Ambientato per la maggior parte del minutaggio in un enorme appartamento isolato tra le colline poco sopra Los Angeles, The Gift, si lascia prima cullare dai salamelecchi formali e gentili verso il prossimo, poi diventa una trappola per topi che fa saltare sulla sedia e che si ribalta addosso alle presunte vittime, tanto che da un’esasperante “stalkeraggio” si passa ad un episodio di meschino bullismo. Le acque e i ruoli si confondono. Tra Gordo e Simon non si sa più chi sia esattamente il più nefasto per la povera Robyn, una Hall statuaria e mai così in parte. Edgerton lavora da un lato su un testo che non si chiude a riccio sul rapporto a tre come un’ossessione di genere, dall’altro attraverso l’uso della profondità di campo in interni giorno (si vedano i corridoi, gli specchi, le vetrate, le portefinestre e le fessure nei muri) unisce ritmo e inquietudine, attesa della sorpresa e responsabilità etiche precise. Difficile staccare gli occhi da The Gift, difficile non ripensare al “bouleversement” morale delle forze in campo. Esordio alla regia di Edgerton, l’unico attore che recita decentemente nell’occasione mancata Black Mass. Distribuisce Koch Media.