Fiumi di denaro scorrono insieme ai traffici di droga. E bisogna seguirli per smantellare le nuove mafie che si arricchiscono all’ombra del terrorismo internazionale. Dunque follow the money, come suggeriva Giovanni Falcone. Il procuratore nazionale Franco Roberti, presentando la Relazione annuale della Dna, non lo cita ma rimanda alla bussola del magistrato ucciso a Capaci per spiegare il cuore dell’attività della super-agenzia antimafia e antiterrorismo di cui è alla guida da circa un anno e mezzo. Non deve essere stato semplice riorganizzare la struttura sulla base delle nuove competenze ma con scarso organico: solo “con 15 sostituti”, ha detto, “abbiamo fatto fronte ai nostri compiti”.

Il compito è enorme e i fronti aperti sono diversi, anche se l’obiettivo principale resta la caccia alle risorse vitali della criminalità organizzata oggi fortemente “compenetrata” allo Stato islamico che, a differenza delle altre formazioni del terrorismo internazionale “è una associazione criminale che si è fatta Stato, con un territorio controllato (tra Siria Iraq, con insediamenti in Libia), una popolazione, un ordinamento giuridico e una organizzazione amministrativa”. Peraltro uno Stato-mafia, perché usa i metodi della mafia: imprenditorialità criminale (che gli assicura proventi per circa 3 miliardi l’anno), dominio territoriale e violenza. Le attività investigative della Dna hanno evidenziato le rilevanti connessioni fra cellule terroristiche operanti in Europa e trafficanti di stupefacenti.

Mentre l’analisi delle mafie tradizionali “non presenta novità”, se non per l’insediamento (ancora più grave dell’infiltrazione) delle mafie al nord Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna - e la corruzione continua ad essere una piaga italiana che impedisce di spezzare le reti criminali, la preoccupazione maggiore resta quel fiume di denaro che foraggia i boss e poi finisce nell’economia legale. Anche la presidente della Commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi, che ha fatto gli onori di casa nella magnifica Biblioteca del Senato, e ringraziato Roberti per aver “presentato e non depositato la Relazione della Dna”, ha voluto sottolineare che “la droga resta il principale approvvigionamento delle mafie, la forza della ‘ndrangheta è il monopolio di droga e la sua internazionalizzazione”.

Secondo le analisi della Dna, la droga in circolazione è in aumento così come i sequestri (c’è una flessione per la cocaina). Ma attenzione: i sequestri riflettono meno del 10% della droga circolante. Per questo servono operazioni sotto copertura e i gestori di telefonia devono aprire sedi legali in Italia: tutto questo aiuterebbe l’azione di contrasto, soprattutto rispetto allo spaccio di droga che muove nel mondo 560 miliardi di dollari, in Italia 35-40 miliardi l’anno. Per contrastare il mercato degli stupefacenti Roberti chiede “scelte di priorità anche nel mondo giudiziario. Il problema è di target investigativo: indagare sui finanziatori del traffico di droga non è come indagare sui corrieri. Spesso chi finanzia, la droga non la vede neppure. Bisogna resettarci: se si vuole fronteggiare un problema bisogna andare alla fonte. E’ più importante sequestrare i soldi che lo stupefacente“.

La droga è un problema planetario: 250 milioni di consumatori nel mondo, un giro d’affari di 560 miliardi di dollari, 35 miliardi di euro solo in Italia, poco meno dell’intero settore manifatturiero nazionale che vale 45 miliardi, “ma i soldi della droga sono esentasse e poi vanno a riversarsi nel mercato legale”. Bisogna dunque “intensificare le risorse investigative sui grandi trafficanti, non sui ladri di merendine come chiamiamo i piccoli spacciatori” ma non parla mai di misure innovative anzi chiarisce perentorio: “Nessuno ha mai parlato di depenalizzazione”. Roberti ha presentato alla stampa diversi altri aspetti dell’attività della Procura nazionale ma silenzio sulle indagini e i processi in corso sulle stragi. Mentre il suo predecessore Pietro Grasso neanche un mese fa, a trent’anni dall’inizio del primo grande processo a Cosa nostra, esortava a “cercate ancora la verità sulle stragi”, ricordando le “intuizione laceranti” in riferimento alle indagini sulle stragi di capaci e via D’Amelio che non si sono trasformate in indagini, Roberti ha scelto di tacere.