Lo scambio delle quote tra  il Gruppo editoriale l’Espresso, che possiede La Repubblica, e la Itedi, editrice de La Stampa e de Il Secolo XIX, porterà a un nuovo aggregato che controllerà il 20% del mercato italiano della carta stampata, con una posizione di leadership sul mercato digitale. Inoltre, l’accomandita Giovanni Agnelli & co., primo azionista del Corriere della Sera, ha comunicato la volontà di cedere le azioni in suo possesso in quel giornale.

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La doppia operazione annunciata, porta a un nuovo scenario competitivo nel settore dei giornali, un cambiamento che non si può non collegare all’operazione Mondadori-Rizzoli Libri e al nuovo corso in Rai ad opera del governo Renzi, a cura di un nuovo management che potrà contare sul recupero del canone evaso. Le conseguenze della fusione sono interessanti per un analista economico. Nasce un campione nazionale coerente con la maggiore focalizzazione del Gruppo L’Espresso.

In virtù di un assetto di comando ben congegnato: Mario Calabresi, il direttore di Repubblica (il cui arrivo dalla stessa La Stampa fa pensare che la mossa fosse allo studio da tempo), Monica Mondardini, AD de L’Espresso, il presidente Rodolfo de Benedetti, appaiono capaci di integrare le due testate regionali di qualità, che godono probabilmente di scarsa attenzione da una proprietà ormai distratta da ben altre avventure. A fronte delle incertezza strategica e delle risse che hanno caratterizzato negli ultimi anni le relazioni tra gli analoghi ruoli di Rcs-Corriere.

La più importante imprenditorialità del paese, che ha gestito le sorti del nostro più influente quotidiano, non sembra aver dato buona prova di sé, con errori clamorosi nel passato, come l’acquisto del gruppo Recoletos in Spagna, e successivamente la cessione non brillante dello storico palazzo in Via Solferino a Milano, per rimediare la situazione finanziaria. Così come la vendita in blocco di Rcs Libri alla Mondadori, attualmente sotto la lente dell’Antitrust, non sembra sia risolutiva per le sorti del Corriere. Una situazione che ha anche portato all’uscita forzata di Ferruccio de Bortoli, un direttore apprezzato per l’ autorevolezza e l’indipendenza professionale.

D’altra parte l’operazione appare una strategia difensiva. L’Espresso ha bisogno di maggiori dimensioni per ridurre i costi, giacché i risultati del 2015, nonostante l’utile raddoppi a 17 milioni rispetto all’anno precedente, evidenziano una discesa dei ricavi del 6,4% in un mercato che continua a scendere dell’8.7%. L’operazione finanziaria sposta solo in avanti il vero problema da risolvere, quello della strategia industriale: Internet, la digitalizzazione, la crisi economica, nuovi modelli culturali, hanno sconvolto l’industria del giornale più di quella del libro dove la crisi sembra essersi fermata. Quale sarà il modello economico-industriale del Gruppo editoriale non è chiaro.

Si potrebbe concludere che non è una notizia destinata ad agitare i sonni degli italiani (come sarebbe stato se si fosse trattato della cessione della Juventus!) ma solo a preoccupare i giornalisti, in particolare quelli delle testate coinvolte. A testimoniarlo i modesti echi sulla stampa e sulle televisioni. A mio avviso, tuttavia, due riflessioni hanno valore per il grande pubblico. La prima illumina la ritirata definitiva della famiglia Agnelli dall’Italia. La cessione del Corriere della Sera è il segno finale dello scarso interesse che ormai ha il Paese, in particolare per Sergio Marchionne, il vero stratega e decisore delle mosse del Gruppo.

E’ il comportamento di nostri campioni quali la Ferrero o l’International Game Technology plc (ieri Lottomatica), mentre altre, purtroppo, vengono vendute o sono in procinto di passare in mani straniere. Sembra che il nostro non sia più un paese per la grande impresa. Secondo, è la conferma della fine del “salotto”. Ancora pochi anni fa alcuni signori, rigorosamente maschi e anziani, riuniti intorno a Mediobanca, alle maggiori banche, a Generali, con varie strategie stendevano teli di protezione reciproci. Adesso che i Cuccia, i Ligresti, i Geronzi sono usciti di scena, e Giovanni Bazoli conclude il suo lungo incarico in Intesa Sanpaolo, il paese ha l’opportunità di definire percorsi più trasparenti di “salvataggio” delle aziende in crisi a partire da Montepaschi e Ilva e, speriamo, dei progetti per l’innovazione e la crescita, a partire dall’attesa banda larga.