Ieri: “Mi capitava di recitare nei matinée per bambini maleducati e terribili che ci tiravano di tutto. Ne Le Nuvole di Aristofane, come da titolo, interpretavo una nube. Dovevo stare ferma e intorno a me c’era la guerra. Mi arrivavano addosso le 50, le 100 e anche le 200 lire. Sentivo il ‘ting, tong’ delle monete e intanto memorizzavo i volti dei lanciatori ‘A regazzì – pensavo – ridi, ridi, tanto poi scendo e te gonfio per bene’…”. Oggi: “Dopo Sanremo i paparazzi si sono convinti che nasconda chissà quale altarino e, nonostante faccia una vita normalissima, me li ritrovo ovunque. Fuori dalla palestra, per strada o all’uscita del supermercato quando arranco con dieci sporte”.

E impreco per non essermi saputa contenere. ‘Invece di fotografà – gli vorrei di’ – viemme a dà una mano’”. Domani: “In questo lavoro o punti tutto sul tavolo o è meglio che ti ritiri in buon ordine. Io ho puntato tutto fin dai 17 anni, ma adesso che ne ho 35 credo di non aver conquistato niente. Non ho certezze e non riesco a dar nulla per scontato. Come andrà nei prossimi mesi? E che ne so? Credo di essere appena all’inizio, ma se proprio non mi volesse più nessuno e tutto finisse all’improvviso non mi intestardirei e scapperei al caldo. Su un’isola. Cercando l’opposto di quel che ho visto fino ad ora”.

Virginia Raffaele, prodigio naturale del settembre 1980, chiamata per brevità e pigrizia imitatrice: “Rispetto gli imitatori, ma i miei personaggi non sono riproduzioni. Io prendo i tratti distintivi, individuo le manie che mi colpiscono, studio il linguaggio e ci disegno sopra una storia. Li sposto dal quadro e li stendo su un’altra tela”. Giampiero Solari, coautore di Performance, lo spettacolo che – dopo l’esordio romano – Raffaele porterà in giro per i teatri italiani le chiama “Installazioni umane”. Pascale, Vanoni, Fracci, Ferilli, Boschi, una venalissima Marina Abramovic: “Non tutti possono fare arte contemporanea, non tutti possono capirla, ma tutti possono pagarla”. Tutti denudati, smascherati e depredati: “Persone che si staccano dalla propria immagine e dall’idea che abbiamo di loro per diventare altro”. Sul palco tra tenerezze, perfidie, trasformismi e lampi malinconici, Virginia: “Perché tra un trucco e un cambio d’abito, in scena porto sempre qualcosa di me. Ci sono le sfaccettature del mio carattere”.

A forza di battere il cucchiaino sulla tazzina di caffè evocando Sergio Leone: “Lo faccio spesso, C’era una volta in America è tra i miei film preferiti”, l’America ha trovato lei. Cresciuta a sud di Roma, dall’altra parte della luna, tra il banco del “Tiro al Cinzano” gestito al Luna Park dell’Eur dai genitori e i palazzi della Montagnola: “Nella via parallela a quella in cui abitava Renato Zero, nello stesso quartiere in cui i miei stanno ancora. L’altro giorno mio padre mi fa: ‘Ti ricordi quando qui c’era solo campagna a perdita d’occhio e parcheggiavi la macchina seduta sulle mie ginocchia?’. Io me l’ero dimenticato, poi mi è tornato in mente all’improvviso. E sa che è successo? Mi sono emozionata”.

Le succede spesso?
Mi emoziona far sorridere gli altri. Mi riempie. Quando vengono a dirmi: ‘Mi hai fatto stare bene per un’ora e mezza’, sono felice.

E negli altri momenti?
Purtroppo o per fortuna tendo alla malinconia. Amo la malinconia, ma se fai il comico e se sei un comico, la patente per esistere te la dà solo il sorriso. Dipendi dalla risata che riesci a provocare.

Lei sembra difendersi bene.
Combatto la mia insicurezza con la seduzione. Sono un comico e come ogni comico tento di conquistare vecchi, giovani, donne, uomini e bambini senza distinzione.

E perché lo fa?
Per stare bene e perché chi sta sul palco si nutre di sostegno. Lì mi sento accettata. Ogni tanto vado a cercarne le motivazioni. Me lo chiedo.

Cosa si chiede?
Da dove nasca questo bisogno. Da dove nasca la paura di sbagliare, di non piacere, di far rimanere male qualcuno a cui non ti sei saputa raccontare.

E che si risponde?
Che devo avere un qualche trauma che riguarda la disarmonia. Più vado avanti e più i contrasti mi destabilizzano. Non sono egocentrica, ma desidero sempre stare in pace con tutti.

Ed è faticoso?
Lo è, a volte è un incubo, ma fa parte della mia natura. Sa quante volte vorrei dire a chi non piaccio sticazzi, scrollare le spalle e consolarmi con quelli che mi apprezzano?

Quante?
Tante. Vorrei, ma non ci riesco. E mi tormento. Ora è vero che solo gli idioti non si mettono in discussione e che l’autocritica è sana, però a volte stare più tranquilli sarebbe consolante.

Invece?
Mi colpevolizzo.
Mi succede anche nella vita vera. A volte sei dritto come un fuso e ti senti benissimo, altre vai in frantumi se solo il fornaio non ti saluta con calore. Ti senti un disadattato e ti domandi: ‘Che gli avrò fatto mai? Si sarà offeso? Gli ho chiesto le rosette bruscamente?’.

Lei sembra una persona gentile.
A scuola ero la compagnona, la buffona, quella che stava simpatica a tutti. L’amica preferita dai maschi: ‘Ti piace quella? Non ti preoccupare, glielo faccio sapere io’.

Da lei, scusi, non venivano mai?
Non ho mai avuto corteggiatori accaniti. All’epoca mi sentivo un Gremlin. Ero strana, buffa, con ’ste gambe lunghe, il corpo piccolo, l’apparecchio, gli occhiali.

La ritengono tutti molto bella.
Ho letto, ma mi vedo diversamente. Il naso a patata, le borse sotto agli occhi, le labbra sottili, i denti in fuori. Ho sempre voluto essere qualcun altro. Vuole vedere una foto? (Dal telefono riemerge uno scatto dei favolosi 80, Virginia ha 3 anni, è vestita da clown, la camicia a righe rosse e bianche, le scarpe troppo grandi, i pantaloni a scacchi, il naso rosso).

È una foto notevole, ma lei non sorride.
Mia madre sta indicando il travestimento di un’altra bambina. ‘Guarda quanto è bella’, dice. E io penso: ‘E allora io? Io non sono bella?’. Da piccola mi sentivo come Giorgiamaura.

Che c’entra lei con la sua cantante da talent che combatte contro la “chiusezza” e riscrive i classici: “È vero che in amor vince chi fugge, ma a chi resta gli rode tanto il culo”?
Ci unisce l’inadeguatezza, anche fisica, del periodo adolescenziale. Un’era di malinconie feroci. In preda ai mostri, ogni giorno correvo dal Liceo Artistico a piazza dell’Orologio per sedermi sui gradini della chiesa e disegnare il grande albero al centro dell’aiuola.

Le prime recite risalgono agli anni del Liceo.
Andavo nei ristoranti, li giravo tutti: ‘Se vi metto il nome del locale sulla locandina, mi date 100.000 lire?’. A volte te le davano, altre volte ti permettevano al massimo di attaccare il manifesto alla parete. Il teatrino era a Testaccio. I vestiti li andavo a scegliere al Mas, i magazzini del popolo di Piazza Vittorio. È stato bellissimo. Rifarei tutto fin dall’inizio senza cambiare una virgola.

Il suo primo trio si chiamava “Due interi e un ridotto”.
Perché eravamo due persone alte e una bassa. Facevamo sfacchinate pazzesche. Ci chiamavano per una piazza calabrese e per risparmiare andavamo e tornavamo in macchina in giornata senza dormire. Oltre al lavoro con il trio, facevo le sostituzioni. Imparavo il copione a memoria e quando qualche attore saltava la rappresentazione per un problema urgente, ero pronta a subentrare.

La prima risata provocata?
In un Plautus con Carlo Croccolo, già vecchissimo. Entravo all’inizio e venivo rapita dopo 10 secondi pronunciando un ‘No, lasciatemi’. Poi mi liberavano nel finale, giusto in tempo per dissacrare la commozione del padre. Lui enfatico: ‘Sei tornata figlia mia, Pistilla cara’ e io caustica: ‘Pistilla? Ma che nome è?’.

Poi?
Poi? Poi una collezione di numeri zero rimasti in un cassetto, provini inutili per fiction e pubblicità: ‘Che vuoi fa’ te? Gli spot? Ma non vai bene, hai la faccia troppo strana’, porte in faccia. Ho fatto la controfigura e anche la stuntgirl.

Questa ci mancava.
Non avevo l’ardire di mia nonna che in Scipione detto anche l’africano di Magni si fa trascinare a terra da un cavallo al galoppo. Ero la stuntgirl più paurosa del mondo. Una che soffre di vertigini e che sulla scala di Sanremo si è inchiodata. Comunque può trovarmi di schiena mentre al posto di Cindy Crawford e Megan Gale volo dalla porta girevole di un albergo in un film di Neri Parenti, alla guida di una macchina al posto di Veronica Pivetti che non aveva la patente in Provaci ancora prof, o muta e sepolta in una puntata de Il Maresciallo Rocca. Si erano dimenticati di darmi la tuta termica e non so se lo sa, ma sotto terra fa un freddo cane. Io tremavo e una morta che trema nun se può guardà. Ogni volta che l’aiuto regista era pronto per dare il via, ci fermavamo: ‘Sto gelando’, mi lamentavo. E allora arrivava un’anima pia a massaggiarmi i piedi nella speranza che almeno un ciak buono potessimo portarlo a casa.

È partita da zero, ha fatto la gavetta, ha avuto successo.
La guardia è sempre alta perché il successo è una strana bestia. Mio nonno diceva: ‘Vola basso che se sali troppo in alto poi cadi e ti fai male’.

Come ci si preserva?
Devi essere determinata perché il mio è un mestiere in cui è facilissimo dire: ‘Porca puttana, non ce la farò mai’.

Lei lo ha detto?
L’ho pensato. E poi non ci ho pensato più. Nella mia storia alcuni cciovani e alcune ragazze possono riconoscersi.

E cosa leggerci?
Che ce la puoi fa’ anche se non la dai a nessuno e non sei ‘figlio di’. Dàgli e dàgli, alla fine una strada la trovi.

Lei l’ha trovata con i suoi mostri. Si offende se li chiamo mostri?
No, perché un po’ mostri sono. Mostri a cui voglio bene e che mi permettono di esprimermi alternando i linguaggi più vari.

Qualcuno si è arrabbiato. La lasciva Ornella Vanoni della messa in scena: “Abbiamo mica fatto l’amore io e lei?”, si materializzò davvero per mandarla a fare in culo via telefono.
No, vaffanculo non me lo disse. Però la prima volta mi telefonò: ‘Cara, l’ho trovata volgarissima. Mi dai forse della mignotta? Guarda che mica ho fatto l’amore con tutti quelli lì, sai?’.

Lei si impressionò?
Nessuno aveva mai reagito così. Mi affannavo: ‘Ma è solo una parodia, non sei tu’. Ora abbiamo fatto pace. Ci sentiamo: ‘Sai che da quando non mi imiti più mi sento sola?’.

La criminologa Bruzzone voleva querelarla. Belén si è risentita.
Ma la mia Belén non esiste. È apparenza, estetica, immagine, specchio ingannevole. È Dorian Gray.

(Con perfetto tempismo, dopo averle servito un piatto che somiglia al puzzle di spigola in granelle di sesamo vituperato da Sorrentino in “Hanno tutti ragione”, il cameriere napoletano si mette in posa: “Ce la facimmo ‘na foto con la Belén?”).

E Bruzzone?
Ha cambiato idea. Ora si è convinta che sia una specie di onore. Carla Fracci è stata spiritosa e così anche Sabrina Ferilli. Puoi entra’ in confidenza con Sabrina solo se lei decide che le piaci. Se le sei antipatica è la fine. Siamo andate a prendere una gazzosa (qui la voce cambia e Raffaele muta in Ferilli nda).

E siete state bene?
Il bar era decadentissimo, Sabrina non ha avuto esitazioni: ‘Te dispiace se andiamo qui così almeno non ci rompono i coglioni?’. Non mi è dispiaciuto. Sabrina ha tanti talenti e sa mischiarli. La bellezza, la malinconia, la romanità. Tocca frequenze che non tutte le attrici riescono a sfiorare. È vera. Non è de plastica.

Ferilli si è mostrata innamorata di Margherita Buy in Io e lei di Maria Sole Tognazzi. La sua idea sulle unioni civili?
Semplice. Chi chiede diritti uguali a quelli degli etero ha ragione. In Europa e nella modernità, oltre a dirlo, bisognerebbe entrare davvero. La Cirinnà? Una legge a metà.

A forza di vederla volteggiare con il sorriso aperto, Maria Elena Boschi è venuta a vederla a teatro.
Concretamente? Ma non ci posso credere. (Qui tra uno sbattere di palpebre e un accento toscano, sembra proprio di averla davanti, nda).

In Performance, Boschi è evocata spesso, ma non c’è. Il motivo?
È uno spettacolo surreale, grottesco e volutamente lunare. È un gioco. Un’astrazione. Di riportare tutto alla realtà parlando del governo Renzi con accanimento non mi importava nulla. Ben venga la satira politica, ma io sul palco faccio un’altra cosa.

E cosa fa?
Al limite una satira di costume che con la politica si interseca perfettamente. Se interpreto Francesca Pascale non penso a Berlusconi, ma a Napoli, alle sciantose, al teatro. Poi se vado a Ballarò, in un altro contesto, faccio e volentieri anche una eterea Maria Elena Boschi. Con le bolle, la scrivania, i suoi ‘concretamente’, il suo tutto che parodiato a volte può sembrare niente.

Lei dove ce l’ha il suo tutto?
Nel luogo in cui ho passato più di metà della mia vita. Al Luna Park dell’Eur, chiuso da quasi 10 anni. Se sento un profumo dell’infanzia, il tiglio su tutti, ripenso a quando toglievo le palline dalle vasche dei pesci rossi e quasi sento le dita inumidirsi. Un po’ di tempo fa mi sono intrufolata per caso tra i viali abbandonati, sulle strade mangiate dalle piante spontanee, sulle colate di cemento su cui qualcuno aveva abbandonato una scala ancora in piedi. In certi stand, chi era andato via aveva scritto addio. Ho fatto un giro, ho pianto 23 minuti e poi sono uscita. Non ha idea di cosa voglia dire entrare di nascosto a casa tua. Un ciuffo d’erba, un sasso, mi sarei portata via qualsiasi cosa.

Lei al Luna Park dava una mano.
La domenica specialmente. Era un piccolo mondo, quello. Mia nonna, acrobata e cavallerizza e mia madre che aveva vissuto anche nelle carovane, sembravano essere state sempre lì. Il Luna Park l’avevano fondato. Si erano inventate, costruendole, le prime autoscontro. Le estati non esistevano. Il martedì, noi del Luna Park, ci mettevamo in fila per Ostia.

Sua nonna aveva partecipato a I soliti ignoti. A lei non piacerebbe fare cinema?
Sogno di farlo con un film che mi somigli. Non necessariamente comico, ma dolceamaro. Non è che sò Alba Rohrwacher, ma se dici una cosa dolorosa con il sorriso, quella cosa resta in mente di più.

Di Sergio Leone ci ha detto. Altri riferimenti?
C’eravamo tanto amati. C’erano delle idee meravigliose in quel film. Giovanna Ralli che già morta guarda Gassman dall’alto dello sfasciacarrozze francamente non si batte.

Domani?
Sono sempre stata fatalista sul lavoro, però tutto a iniziare dagli errori, ha avuto un senso. Se ho sbagliato, è stato per impeto. Sa che mi dicono gli amici? Meno core Virgì. Anche nelle interviste.

Le soffre?
Mi chiedo come apparirò: ‘Una psicopatica, una bipolare, una depressa, una troppo entusiasta, una persona piatta e normalissima?’.

Come le piacerebbe apparire?
Come Virginia. Come Virginia e basta.

da Il Fatto Quotidiano del 28 febbraio 2016