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Venerdì scorso, a Onè di Fonte (Treviso) molte persone sono scese in strada per partecipare a una fiaccolata. Con loro il presidente della regione, Luca Zaia e alcuni sindaci della provincia. Abbiamo visto spesso la gente scegliere di manifestare dissenso o presidio civile contro qualcosa: fossero la criminalità organizzata o il terrorismo internazionale o per chiedere giustizia di femminicidi e stupri oppure ancora per dire “no” e chiedere ripensamenti alle pubbliche autorità per scelte locali che devastano il territorio, cave, discariche, impianti d’incenerimento….Non siamo la Svizzera dove i referendum si snocciolano uno dopo l’altro e il cittadino è chiamato a decidere, deliberando su ogni questione rilevante, ma le fiaccolate rappresentano comunque una presa di posizione oltreché un intenso momento di vita comunitaria. Per una sera, il fuoco, illumina la strada e divide ciò che è percepito come giusto da ciò che non è.
A Fonte, però, come già accaduto a Oderzo e in altri comuni del Veneto e in particolare della provincia di Treviso, la manifestazione è nata con un vulnus pericoloso giacché si è scesi in piazza per manifestare “contro” senza identificare il “perché”, le “cause” vere della situazione venutesi a creare.
Individualmente, sono certa, nessuno dei manifestanti si dichiara o si sente razzista, nulla a che vedere con altre processioni del passato. Insieme, però, la massa ha scelto di protestare contro la numerosità di richiedenti asilo che potrebbero diventare ospiti in un edificio rimasto libero nella frazione e affittato ad una cooperativa sociale. Si è ravvisato in questa concentrazione di 228 migranti un errato modo di procedere nell’ospitalità; si giustificano così gli slogan “prima gli italiani” o “prima i veneti”, insomma “prima di tutti, noi!”, che rivendicano una priorità dovuta ad una fortuita coincidenza, l’essere nati qui in questo pezzo di terra e non 2.000/3000 km più a sud, vedendo in questo un diritto, una superiorità valoriale. Questa fiaccolata spinge verso la paura, non concede speranza, nessun “alto” segnale civile viene da quell’agorà ed anzi riporta alla memoria immagini in bianco e nero, immagini che veramente speravamo di non rivedere più.
Il prefetto di Treviso, Laura Lega, ha più volte invitato i sindaci a collaborare nell’attuare quella leggera e diffusa accoglienza dei richiedenti asilo, ma ha ricevuto il secco no da parte della Lega nord, che per bocca del segretario regionale Da Re, ha ordinato (sì, ordinato!) ai primi cittadini di non partecipare ad alcun tavolo e ad alcuna condivisa azione. La metà dei comuni trevigiani ha disertato l’incontro col prefetto, preferendo il partito alla Repubblica, mentre gli altri hanno scelto di collaborare e di non chiudere le porte della propria comunità nei confronti dei profughi.
Ebbene, come dice un vecchio adagio “il diavolo fa le pentole non i coperchi“, il risultato degli slogan leghisti, lo pagheranno proprio quei cittadini dei comuni che verranno fatti oggetto di insediamento collettivo di migranti. In questo caso Onè di Fonte che ha già una percentuale assai alta di immigrati residenti,  i suoi cittadini si troveranno altri 228 migranti concentrati in un nuovo hub dell’accoglienza. Per l’assenza delle istituzioni, la prefettura ha dovuto rivolgersi ai privati e il sistema d’accoglienza è diventata una roulette russa in cui oggi tocca a te e domani ad un altro: nessun logico criterio, nessuna opportunità raccolta neanche per offrire lavoro ai locali. Finché il grilletto scatta a vuoto, ci si culla nell’illusione di averla “scampata”, ma il giro continua e potrà capitare d’averci a che fare con numeri esagerati dopo averne respinto una decina o poco più….
Contro chi manifestano dunque i vari Zaia, i sindaci di Fonte o quello di Montebelluna, se sono loro i primi a causare il problema? L’unica risposta possibile è che manifestano contro se stessi, contro la politica dello struzzo che adottano giorno dopo giorno, mettendo la testa sotto la sabbia invece che affrontare in modo serio e responsabile il problema che ha radici lontane e rilevanza epocale. C’è però una parte di Veneto sempre più consistente che non si lascia più abbindolare e che mi fa credere sia arrivato il tempo di una nuova politica, quella sana, onesta che i problemi li affronta e viene stimata per questo, perché non scarica responsabilità ma la gestisce.
Mi scrive Mario B. “gestendo il problema localmente ci sarebbe un minore impatto sociale e persino una ricaduta economica vantaggiosa per il territorio come dimostra la mini accoglienza del prof. Calò o della Caritas.”, mentre Franco M.: “Brutta immagine, scene già viste nel secolo passato, uomini che si credono buoni che manifestano contro altri uomini che soffrono anche per colpa nostra”. Altri mi scrivono che l’assenza delle istituzioni regionali rischia di spingere quanti sono arrivati nelle mani di cricche o della criminalità organizzata, altri ancora che l’accoglienza è un prezzo giusto per continuare a pensarci come un paese libero e democratico.
La xenofobia, il “prima noi”, non stanno dando risultati, ma stanno anzi risvegliando un’indignazione verso l’ottusità, verso la sola convenienza immediata, oggi questa voce è ancora flebile, ma sta trovando fiato e va via via ingrossandosi. In molti sono stufi di vedere che qui le cose non funzionano come dovrebbero, sono stanchi di vedere comuni a pochi chilometri dai loro trovare soluzioni, anziché continuare a proclamare guerre alternandosi nel brandire di volta in volta il crocefisso o la svastica, con la stessa spudorata violenza. C’è un risveglio democratico e civile che è pronto a fare la propria parte, in Veneto.