A volte verrebbe voglia di suonare il campanello, Domenico Sputo, via D’Azeglio 15, Bologna. Lo sapevano tutti che il nomignolo era inventato da lui, Lucio Dalla. Non c’era nessuna smania di riservatezza, Lucio a Bologna lo trovavi ovunque. A spasso, verso sera.

Era un ciao, sempre, chiunque arrivasse a incrociarlo. Lucio se n’è andato via quattro anni fa, all’improvviso, e un po’ di quella Bologna, bottegaia, accogliente, rassicurante, si è persa con lui. Si sono perse le osterie, un po’ di voglia di fare musica e soprattutto sono sempre meno quelli che hanno voglia di sorridere.

E la cosa, a Lucio, farà assolutamente incazzare, da lassù, lui che quella città aveva respirato e che lo riportava indietro, come un elastico teso, ogni volta che tentava di fuggire.

Arrabbiato con gli amici, certo, ma anche coi parenti, quelli che si sono divisi un’eredità faraonica, ma che non sono riusciti a far altro che mettere in vendita quello che potevano. Vero, la Fondazione, che Dalla preparava nei giorni prima di partire verso la Svizzera, esiste, ma non esistono le attività che la Fondazione doveva ereditare. Prima tra queste quella di far diventare la casa un museo. Cosa che lo era stata dall’inizio, almeno da quando Lucio si trasferì in centro: se era in casa bastava suonare al signor Sputo che ti avrebbero aperto il portone. In questo Dalla era strepitoso, con gli amici di una vita, ma anche quelli scoperti un momento fa.

A noi resta il vuoto. Sicuramente la Rai e le radio (hanno già iniziato) ci riproporranno le scene migliori, i testi più celebri, le rime che hanno fatto di Dalla uno dei maestri della musica italiana. E questo lo farà essere con noi, che per tutti i motivi ai quali abbiamo accennato, per questo lo amavamo.

Non lo vedremo comparire, tra bettole e ristoranti. Non ascolteremo parlare con l’entusiasmo di un bambino dopo l’ultimo nastro ascoltato, riavvolto e riascoltato. Nascono in maniera molto simile le storie musicali degli Stadio (non gli garbò affatto quando si misero a suonare per Vasco Rossi), Luca Carboni, Samuele Bersani, giusto per citarne alcuni. Ma quanto Dalla nel panorama della canzone d’autore sia stato prezioso lo dimostra anche la storia di Francesco De Gregori che, dopo il processo al PalaLido di Milano, sul palco proprio non ci voleva tornare e fu Dalla a trascinarlo in Banana Republic.

Probabilmente avrebbe preso un’altra piega anche la storia di Gianni Morandi che, prima di partire in tour con Dalla, si era allontanato da tutte le scene, aveva ripreso a suonare il contrabbasso al conservatorio e tornare in giro a massacrarsi per palazzetti dello sport proprio non ci pensava. Fu Dalla, anche in quella occasione.

Non c’è dubbio, gli siamo debitori. Per questo e mille altri motivi, (non fosse altro che amava ripetere che il Fatto Quotidiano era il suo giornale) ci piace ricordarlo, raccontare i quattro anni di vuoto e quel buco allo stomaco che ci prende ogni volta che riascoltiamo la sua voce.

da il Fatto Quotidiano del 2 marzo 2016