Una responsabile di polizia tanto puntigliosa da multare il suo stesso ente. Una dirigenza pubblica che se la lega al dito, mobbizza la funzionaria per dieci anni e dopo tre sentenze di condanna pensa ancora di essere al di sopra della legge, tanto da farsi beffe della disposizione del giudice a reintegrarla nel ruolo e risarcirla con soldi che – prima o poi – toccherà ai cittadini pagare. La vittima che, in ultimo, viene ulteriormente demansionata e trasferita in un ufficio di otto metri quadri (senza finestre) ad occuparsi del “nulla”. Il giudice, nella sentenza passata in giudicato, parla di “sostanziale svuotamento dell’attività lavorativa”. Di storie surreali negli enti pubblici se ne sentono tante, quella che arriva da Alessandria ha i contorni di una barzelletta e contenuti da incubo.

È la storia di Luciana Crivellini, 54 anni, da 30 funzionario tecnico della Provincia di Alessandria (in via di scioglimento). Era responsabile della polizia stradale nel 2001, quando s’imbatté in una cartellonistica di cantiere della Provincia che informava dell’imminente restauro del Castello di Marengo. A quella affissione mancavano, tra le altre, l’indicazione del geometra responsabile, l’importo e la scadenza dei lavori insomma tutto quanto viene richiesto ai cittadini comuni che avviano un cantiere. La funzionaria non ci pensa due volte, non chiama i dirigenti per sistemare la cosa “a tavolino”: eleva un verbale di 100mila lire che farà dire a molti, compresi i vertici dell’ente: “Bella figura di merda, ora ci multiamo da soli”.

La cosa non andò giù alla dirigenza della Provincia che iniziò a mobbizzare e demansionare la responsabile della “figuraccia”. Tre sentenze di condanna, in questi dieci anni, hanno riconosciuto tale condotta stabilendo in via definitiva l’obbligo al reintegro nel ruolo e a un risarcimento per i danni patiti di 120mila euro. Sentenza che fa pure giurisprudenza in materia di rapporti d’impiego e mobbing nella pubblica amministrazione, dove le cause andate a buon fine si contano sulle dita di una mano. Ma di sicuro, dopo 13 anni, non fa giustizia. La Provincia infatti non la sta ottemperando, perpetrando anzi nuove forme di discriminazione ai danni della dipendente. L’ultima, vede l’ex responsabile della polizia – che un tempo dirigeva 17 persone – a dirigere se stessa nel ruolo di “controllore” sugli autobus.

L’attuale mansione, infatti, è quella di “responsabile dell’ufficio Vigilanza Trasporti”. Prevede una serie di attività di controllo sul trasporto pubblico locale che in pratica si riducono a salire sugli autobus che partono dalla stazione, verificare che siano revisionati e che a bordo non ci siano più passeggeri dei 55 previsti. In caso contrario, deve fermare la corsa, sanzionare l’azienda di trasporto e vedersela col conducente. Questa signora, ormai prossima alla pensione, lo fa senza una divisa incorrendo nelle reazioni – non sempre amichevoli – dei passeggeri costretti a scendere.

In compenso, quando non è in strada, le hanno cambiato ufficio trasferendola in via Gentilini 2, sede del provveditorato. E che ufficio! L’ultimo ordine di servizio con il suo nome le assegna un locale di otto metri quadri senza finestra (in realtà ce n’è una, ma dà su un altro ufficio e non ci sono aperture esterne). “Una cella”, dice lei, “ma non mi hanno fermata finora e continuerò a far il mio dovere fino all’ultimo, con lo stesso scrupolo di sempre. Mi hanno portato via 13 anni di vita, ma la dignità di una persona vale questa battaglia”.

Come finirà è difficile dirlo. I dirigenti citati nelle sentenze, contattati telefonicamente, preferiscono non commentare.  I legali della dipendente (Ester Baessato e Adolfo Biolé di Genova), dopo due solleciti senza risposta, perseguiranno due strade obbligate. La prima porta alla Corte dei Conti alla quale trasmetteranno una corposa relazione che attesti come il danno (risarcimento) riconosciuto dal giudice non è stato determinato genericamente dall’ente ma da specifici funzionari. Perché dunque siano loro a pagare, anziché incolpevoli cittadini. L’altra porta alla Procura della Repubblica. Stavolta per un reato penale, l’art. 388 cp: mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice.