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“Dal culo non nasce niente”, ha postato ieri Vittorio Sgarbi riferendosi con disprezzo alla paternità gay di Nichi Vendola e del suo compagno, proprio mentre il Tribunale per i minorenni di Roma riconosceva altre due adozioni “in casi particolari” a favore di due minori con due mamme. Vorrei che ogni italiano e ogni italiana si stampasse bene in mente le parole del noto critico d’arte per ricordarsi, e raccontarlo ai propri figli, che cosa era l’Italia nel 2016, mentre la storia del mondo andava avanti. E ringrazio Sgarbi, perché come sempre è capace di rappresentare con sintesi straordinarie il nostro paese, forse nel suo peggio, ma di fatto è il peggio che vince. Nella sua frase infatti è racchiusa l’idea che ha trasformato una legge trampolino nella sua caricatura, una legge capace di dare futuro e respiro all’Italia in qualcosa di ambiguo e imbarazzante.

Certo, coi suoi 173 voti favorevoli, 71 contrari, e nessun astenuto, il Senato ha approvato il maximendamento interamente sostitutivo del ddl n. 2081 per la regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, permettendo al nostro paese di compiere un primo passo verso l’uguaglianza, dopo 30 anni di dibattiti infruttuosi. Certo, si sta cominciando ad abbattere il muro delle disuguaglianze e a rompere l’indifferenza dello Stato nei confronti delle coppie omosessuali. Certo, vede la luce la prima legge sui diritti civili e, certo, si entra (pur zoppicando) in Europa. Certamente, insomma, un successo per la vita di migliaia di persone in termini di tutele e diritti, dalla reversibilità della pensione, alla possibilità di adottare il cognome del partner.

Ma lasciare fuori la tutela dei bambini è qualcosa che, a mio avviso, è aberrante esattamente come lo è la frase di Vittorio Sgarbi, perché ribadisce che lo Stato non si assume la responsabilità di essere garante del rispetto della dignità delle persone omosessuali. Lo spiega bene Stefano Rodotà, quando dice che è in corso una grottesca operazione di ripulitura di ogni accenno che possa far pensare al matrimonio (e alle sue “storiche” finalità). Niente figli, niente fedeltà. In un disperato tentativo di cancellare il “diritto d’amore” tra le persone dello stesso sesso.

Sta qui la volgarità di questa legge, nel concedere diritti senza farsi carico della tutela degli affetti e, ancor più grave, dei bambini. Avvinghiati ad una nozione di famiglia rigidissima per bloccarne ogni ulteriore sviluppo mentre l’umanità invece evolve, si è dato vita a un testo scarnificato, impoverito, mortificato che rappresenta una sconfitta politica e culturale e condanna l’Italia a restare immersa in distanze e conflitti tra i suoi cittadini, messi gli uni contro gli altri, di nuovo esclusa dal contesto europeo. Di fronte al rischio che tutto si arenasse, Renzi ha scelto il realismo, alla ricerca di un risultato politico certo, sacrificando, in questo modo, non solo i bambini e le loro famiglie same-sex, ma umiliando la politica stessa.

Per fortuna esistono Tribunali (come il più coraggioso, quello dei Minori di Roma della Melita Cavallo, giudice appena pensionato che ha firmato ben sei sentenze di stepchild adoption) che, morso in bocca, porteranno comunque avanti l’Italia e le sue nuove famiglie, interpretando la normativa in vigore in senso ampio ed evolutivo, quella ex art. 44 lett. d) della legge sulle adozioni, ovvero la c.d. adozioni in casi particolari.

Coraggio, dunque, mamme e padri degli oltre 100 mila figli arcobaleno (il censimento risale a ben 10 anni fa, fatevi due conti da soli…): se il legislatore non contribuisce all’opera di adeguamento delle corti al diritto vivente e non emana norme che tengano conto della realtà, lo faranno i giudici da soli, in base all’articolo 3 della nostra Costituzione. Intanto, l’impegno deve continuare, da parte di tutti, donne e uomini, eterosessuali e LGBTI, cittadini italiani pronti ad includere e convivere con le meravigliose differenze che l’umanità propone e inventa rinnovando se stessa. Il 5 marzo tutti in piazza a Roma.