Incontrai Umberto Eco per la prima e l’ultima volta nel 1975. Ero rientrato dagli Usa dove m’ero recato per una ricerca sulle nuove tecnologie di comunicazione, finanziata da una prestigiosa (sic!) fondazione torinese, che m’aveva fatto rientrare con sei mesi d’anticipo e dalla quale ero appena fuoriuscito sbattendo la porta. A Milano, con due colleghi sociologi fondai Intermedia 43, un laboratorio multimedia dove il materiale visivo raccolto in Usa, venne assemblato in una multivision titolata La Società dello Spettacolo. Ma non riuscendo a individuare uno spazio espositivo adeguato, telefonai a Eco informandolo che la tecnologia che stavo sperimentando, trovava ispirazione nel connubio tra arte & scienza, e che il multivision system era tra le tecnologie elaborate all’inizio dei ’60 da un gruppo di artisti e scienziati dell’ Harward University.

"La darsena ritrovata. le vie dell'acqua"

Eco mi mise subito in contatto con Tommaso Trini curatore della rassegna Artevideo & Multivision poi presentata alla Rotonda della Besana, dove una ricerca sociologica tradotta per la prima volta in immagini & suoni, ottenne uno strepitoso successo suggellato da Maurizio Calvesi sulla terza pagina del Corsera, mentre Eco dichiarò di non aver mai visto un assemblaggio di immagini di tale impatto. Dopodiché non non ebbi più occasione di incontrare il Maestro del quale, oltre ad alcuni suoi saggi, continuai a seguire di tanto in tanto le famose bustine sull’Espresso, anche se al giornalismo nostrano Eco rimproverava “sciatteria, superficialità, spregiudicatezza e una certa arroganza di giudizio” – come sottolinea Bruno Manfellotto.

L’Italia è un paese dove, a causa dell’assenza di meritocrazia, avere successo è tutt’altro che facile, anche se poi c’è la tendenza a monumentalizzare colui che riesce a ottenerlo prima del decesso. Come nel caso di Eco. Venerato da vivo e, a quanto pare, santificato da morto, nonostante il suo probabile disappunto. Sandra Bonsanti di LeG, Libertà e Giustizia, si ricorda di quando Eco “ci mostrava quanto oltre fosse il suo sdegno verso l’Italia di cui si vergognava quando andava all’estero”. Uno sdegno che però Eco non estrinsecò con altrettanta enfasi quando intervenne a un convegno sulla comunicazione, che si svolse a porte chiuse a Rio de Janeiro in piena dittatura militare – frangente di cui fui testimone dato che che in quel periodo vivevo a Rio in qualità di free-lance.

Secondo Wlodek Goldkorn, Eco era un intellettuale totale al quale non bastò “essere un pensatore elitario e al contempo popolare, romanziere di successo e accademico di fama, militante riluttante ma radicale e altrettanto radicale autore di testi giornalistici raffinati; e anche collezionista, storico dell’arte, autore di enciclopedie” & via discorrendo.

Avendolo incontrato solo una volta, e di sfuggita – taglia corto Marco Travaglio – preferisco lasciare il ricordo di Umberto Eco a Furio Colombo, che gli dava del tu da una vita, non nei tweet post mortem dei provincialotti che profittano dei decessi altrui per commemorare se stessi”, anche se ‘ultimamente mi aveva colpito una sua frase pronunciata all’Università di Torino: ‘I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere: ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel’”.

Se (…) in corrispondenza del suo clamoroso successo mondiale – inter/viene Michele Serra – qualcuno ha inteso cucirgli addosso i panni dell’accademico, che parla ex cathedra (o del radical chic, per i più corrivi), forse è perché è (double, ndr) la mentalità di massa a essere diventata intollerante nei confronti della cultura. Non più viceversa”.

Ammettendo di essere tra quei corrivi i quali ritengono che Eco fosse un tantino radical chic, se non altro perché è singolare che uno dei principali artefici dell’apertura nei confronti della cultura di massa, finisca col denunciarne l’inevitabile output, a noi tutti non rimane che augurarci che questo ridondante monumento alla sua memoria, non vacilli sotto il suo stesso peso, trasformando questa figura di Grande Eclettico nel mero eco di se stesso. Mentre, in sintonia con Marshall McLuhan, non vorremmo che in nome del progresso la nostra cultura ufficiale cerchi di costringere i nuovi media a fare il lavoro dei vecchi.