L’Accademia della Crusca non ha ancora dato un responso definitivo, ma il termine “sticazzi” è oramai diventato parte del lessico comune italiano ben oltre il Tevere. Prova ne è che con l’uscita de Il Manuale del Metodo Sticazzi (Imprimatur) siamo oramai al settimo volume della serie inventata dal collettivo Carla Ferguson Barberini nel 2011, ad oggi oltre 50mila copie vendute.

Sticazzi, insomma, “tira” in libreria. Perché oltre ad essere una rapida e sintetica espressione che tronca ogni discussione lasciando l’ultima parola e creando smarrimento (e invidia) nell’interlocutore, lo “sticazzi” è diventato un fenomeno filosofico commerciale con un’importante componente psico-pedagogica che potrebbe perfino essere adottata da qualche specialista del settore. E a tal proposito ecco arrivare fresco di stampa proprio il “Manuale” del celebre metodo.

Un vademecum essenziale e dettagliato su come rendere sistematico e costruttivo l’accenno infastidito verso la protervia dei seccatori. Dall’amore alle diete, dalla sveglia mattutina alle sbornie notturne, dall’ufficio alla palestra, dal pranzo della domenica al pranzo della domenica successiva non c’è un minuto della tua giornata che non possa essere rinfrescato dal metodo sticazzi.

Intanto una precisazione sostanziale tra lo “sticazzi” romano e quello milanese. “L’Italia in molte cose è spaccata in due. C’è l’Italia dell’ora e dell’adesso. L’Italia della nebbia e quella dell’andiamo ammare fino a novembre. Quella del burro e quella dell’olio, del maiale e della pecora, della polenta e del purè di fave. E poi c’è l’Italia dello sticazzi come espressione di sorpresa ed enfasi e quella dello sticazzi come sinonimo, più o meno, di ‘chi se ne frega’. Naturalmente noi ci riferiamo a quest’ultima accezione per il nostro metodo. Accezione coniata e utilizzata particolarmente a Roma, mentre quella inversa appartiene specificatamente all’universo meneghino”, spiega il collettivo.

Anche se l’obiettivo è andare oltre le differenze semantiche e geografiche: “Il metodo sticazzi si ispira certamente alla semantica romana, ma purificandola dei suoi accenti più nichilisti e oscurantisti. Non vorremmo mai che lo sticazzi alla romana ci portasse a una chiusura verso il nuovo, a una perdita della curiosità, alla minimizzazione a tutti costi”. Sticazzi forever e wherever, ma soprattutto da usare con prudenza. Per questo l’idea di un manuale che eviti abusi ripetuti e tossici di “sticazzi”: “se usato male il metodo sticazzi può essere pericoloso. Concorderai con noi che pensare continuamente “E sticazzi” (alla romana) ti renderà apatico, astenico, pure stitico”.

Intanto va detto che i grandi passi in avanti dell’umanità provengono dalla storia minima di uno “sticazzi” piazzato al momento opportuno. Quello di Davide contro Golia (“Semplicemente Davide ha pensato: ma sticazzi se Golia è grosso, io prendo una fionda e da lontano, senza nemmeno bisogno di toccarlo, lo abbatto”), quello di Galileo Galilei contro l’Inquisizione (“sticazzi dell’eroismo avrà pensato Galileo, meglio sopravvivere e avere la possibilità di continuare a studiare che fare una bruttissima fine in nome di un giuramento”); ma anche quelli meno ovvi di Cristoforo Colombo o dell’uomo sulla Luna, due “sticazzi” belli grossi più legati alla perseveranza nei proprio obiettivi (“e sticazzi se i calcoli erano sbagliati”).

In un buon manuale non possono ovviamente mancare le parabole: il figliol prodigo, la pecorella smarrita, ma soprattutto la volpe e l’uva (“Ma sì, sticazzi dell’uva, gli zuccheri fanno male e poi… a guardarla meglio, quest’uva non è nemmeno matura”). Il manuale però sembra essere cruciale nei campi di applicazione dello sticazzi. Nell’amore, prima di tutto. Meglio: nella coppia. Esempio supremo, il partner zozzone: “Amore, i piatti marciscono…”, “E sticazzi? Se ti dà fastidio, lavali!”, “Tesoro, non ho più magliette pulite..”, “Sticazzi, orsacchiotto mio, la lavatrice sai dov’è”, “Cuore mio, il frigo è vuoto”. “Sticazzi, passerotto, sono a dieta e anche a te un po’ di digiuno non farà male”.

Infine gli esercizi pratici proprio per mettersi alla prova nella vita di tutti i giorni. Intanto c’è l’ “irreperibilità”, esercizio davvero importante nell’era dell’invasione informatica: “Inizia con qualche ora a settimana: spegni telefono, pc e tablet, stacca la spina del telefono fisso e fai altro. Leggi, scrivi, guarda un film, dormi, passeggia, contempla con la certezza che nessuno possa raggiungerti. Inizialmente proverai ansia e senso di vuoto, poi piano piano riacquisirai una nuova libertà: la libertà della solitudine.

Sticazzi degli altri per un po’, una piccola pausa dalla socialità ti farà benissimo, ti regalerà la gioia di stare bene con te stesso e ti farà trovare dentro di te risorse inaspettate”. Poi c’è l’apice filosofico e pratico del metodo, il “Sorriso Mona Lisa”, un vero totem di autopreservazione eterna: “Esercitati ad assumere l’espressione serafica e un po’ enigmatica della donna del celebre dipinto di Leonardo Da Vinci, provalo allo specchio ripetutamente e associa quella precisa configurazione dei muscoli facciali a sentimenti di rabbia, nervosismo, risentimento. Ogni volta che ti senti nervoso e stai per rispondere male a qualcuno, ogni volta che ti viene da fare una precisazione pedante o una critica non richiesta, sfoggia il tuo sorriso Mona Lisa. Il nervosismo non trapelerà e le tue noiose osservazioni saranno spiazzanti”.