di Cristiano Lucchi, giornalista, attivo in perUnaltracittà

Il film Il caso Spotlight racconta l’inchiesta del Boston Globe sulla copertura degli abusi sessuali compiuti da oltre 70 preti cattolici e vince l’Oscar come migliore lungometraggio dell’anno. Una scelta, quella dell’Academy hollywoodiana, che costringe tutti noi ad accendere un riflettore sul valore del giornalismo in un Paese civile. Giornalismo naturalmente inteso come Quarto potere e non come potere di complemento che “accompagna“, anche a livello locale, il dominante di turno nelle sue scorribande nella democrazia.

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Se mai questo dibattito si aprirà nel nostro Paese è bene partire dalla recente ricerca compiuta da Gianpietro Mazzoleni e Sergio Splendore, del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano, nell’ambito del programma europeo MediAct (acronimo di Media Accountability and Transparency) condotta con interviste a ben 1.762 giornalisti in 14 paesi.

I dati sono impressionanti: otto giornalisti italiani su dieci confessano di subire pressioni politiche e/o economiche in grado di influenzare pesantemente sulla qualità dei loro articoli o servizi. Una pressione negativa che mina la loro autonomia e indipendenza in maniera direttamente proporzionale all’alto livello di corruzione percepita nel nostro Paese. Per dare un termine di paragone basti sapere che in Paesi come Finlandia, Svizzera, Olanda, Germania, Estonia solo tra il 10% e il 20% dei giornalisti subisce pressioni. Picchi negativi si registrano in Romania, Tunisia, Giordania e Spagna che però, con percentuali all’incirca del 50-60%, relegano comunque il nostro Paese all’ultimo posto (80%).

Ne consegue che il 65% degli italiani ritiene non credibile l’informazione mainstream anche se, e sarebbe utile indagare il perché, continua in maggioranza ad affidarsi alla televisione e ai grandi siti di news estensione della più tradizionale carta stampata.

La ricerca, ad oggi misconosciuta, è scaricabile dal sito dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.