Un milione di euro di multa se una società si rifiutasse di fornire all’Autorità giudiziaria la collaborazione necessaria ad accedere ai dati personali contenuti in uno o più dispositivi coinvolti in un’indagine di criminalità organizzata come la Apple sta facendo negli Stati Uniti. E’ questa la proposta che il deputato francese Yann Galut (PS) ha annunciato di accingersi a presentare sotto forma di emendamento al disegno di legge sulla lotta al crimine organizzato la cui discussione inizia domani.

L’Autorità giudiziaria responsabile delle indagini – secondo quanto dichiarato ai media dal deputato francese – dovrà poter disporre della chiave per accedere e, eventualmente, decifrare i dati contenuti su qualsiasi dispositivo elettronico ma tale chiave non rappresenterà un passpartout utilizzabile per accedere anche a dispositivi diversi rispetto a quello o a quelli oggetto delle indagini.

In caso di inadempimento all’ordine, la società che rifiutasse la propria collaborazione potrebbe essere condannata ad un milione di euro di sanzione amministrativa, una cifra elevata – ha aggiunto Yann Galut – ma non per i giganti del web.

Apple CEO Tim Cook

Difficile, per il momento, dire se si tratta solo di una boutade di un politico a caccia di pubblicità o di un’iniziativa che, per quanto provocatoria, potrebbe avere seguito e, magari, diventare davvero legge.

E’, peraltro, fuor di dubbio che il deputato francese prossimo firmatario dell’emendamento in questione non sembra aver capito fino in fondo la questione che, negli Usa, contrappone il gigante della Apple al governo di Barack Obama: nessuno, infatti, dall’altra parte dell’oceano, ha chiesto ad Apple di mettere a disposizione degli investigatori qualsivoglia chiave di accesso ai dispositivi degli attentatori, anche perché Apple non ha una chiave di questo genere; quello che le è stato chiesto è di scrivere un codice capace di consentire agli investigatori di “penetrare con la forza” e con l’astuzia nell’iphone di uno degli attentatori, superando le misure di sicurezza inventate per presidiare la privacy dei proprietari degli smartphone della mela in tutto il mondo.

Il punto, tuttavia, è un altro.

Quanto sta accadendo in Francia, infatti, è la miglior conferma – forse, ormai, neppure necessaria – che la questione che vede contrapposte in California Apple ed Fbi non è figlia di una sensibilità o cultura statunitense tanto diversa da quelle di casa nostra.

Anche in Europa, infatti, ci si divide e ci si interroga su quale debba essere il punto di equilibrio tra esigenze ed aspirazioni di sicurezza interna ed internazionale e tutela della privacy dei cittadini e si procede a pericolosi strattoni da una parte e dall’altra.

Un giorno si blocca il trasferimento dei dati personali verso gli Usa, considerando questi ultimi un approdo poco sicuro in ragione delle “cattive abitudini” degli “spioni” della Nsa portate alla luce dal datagate ed il giorno dopo, si dà per scontato ciò che neppure negli Usa è scontato ovvero che l’Autorità giudiziaria possa chiedere ad una società produttrice di smartphone di aiutarla a violare la sicurezza di uno dei suoi dispositivi e, per di più, lo si fa dando prova di non aver neppure compreso sino in fondo i termini della questione ed attraverso un emendamento di una manciata di caratteri destinato ad esser letto distrattamente da pochi e compreso ancora da meno.

Diventa ogni giorno più urgente affrontare la questione in modo sistematico, a livello internazionale e nell’ambito di un dibattito multistakeholder quanto più ampio possibile al fine di pervenire ad una conclusione che rappresenti – quale che sia – la risposta dei governi del mondo democratico ad un problema globale e che sia in grado di sottrarre il ruolo di garanti dell’etica e dei diritti fondamentali alle aziende private.

Sono fragili e precari, infatti, diritti e morali quando sono affidati alla difesa di chi, legittimamente, persegue come obiettivo prioritario la massimizzazione dei profitti.