Anche se l’ha definita come una battaglia, e non una guerra persa, Evo Morales si è dovuto arrendere e riconoscere l’evidenza dei fatti: il 51,29 per cento dei boliviani ha detto no alla possibilità di modificare la Costituzione per consentirgli di candidarsi una quarta volta come presidente e governare fino al 2025. Una sconfitta di margine stretto per il primo presidente di origine indigena della Bolivia (i sì sono stati il 48,71 per cento), ma che comunque rappresenta la sua prima battaglia persa in campo elettorale, dopo 10 anni di potere ininterrotto.

Ma cosa significa ora questa sconfitta e quali scenari si aprono? Nella conferenza stampa in cui ha riconosciuto i risultati definitivi del referendum, Morales ha detto “che continuerà a lottare” e che “non si tratta di una sconfitta, ma di sentirsi rafforzato dal risultato del voto, con quasi il 50 per cento di sì al suo partito (Mas-Movimento al socialismo), nonostante una campagna elettorale sporca, discriminatoria e umiliante”. Il voto è arrivato infatti in un momento critico per Morales, a causa di tensioni sociali e uno scandalo che lo vede coinvolto.È emerso che avrebbe avuto un figlio, morto pochi giorni dopo la nascita e di cui non si sapeva nulla, da Gabriela Zapata, imprenditrice 28/enne e da un paio d’anni tra i dirigenti di una società cinese aggiudicataria di lavori pubblici assegnati senza gare d’appalto, per un valore superiore ai 500 milioni di dollari. I media locali segnalano inoltre casi di corruzione legati al ‘Fondo Indigena’, che per la prima volta vede implicati dirigenti indigeni vicini al presidente, definiti come “incorruttibili”.

Scandali a parte, molte cose sono cambiate in questi 10 anni di Morales al governo. Oggi la Bolivia è un paese governato da un partito composto da organizzazioni sindacali, associazioni agrarie e indigene, mentre prima le popolazioni indigene erano totalmente tenute fuori dal governo. Il paese ha conosciuto un periodo di stabilità politica. Basti pensare che tra il 2001 e 2005 si alternarono cinque presidenti, con forti tensioni sociali e politiche. Quanto alla libertà di stampa, anche se non ci sono giornalisti incarcerati, molti obiettano che si è arrivati all’autocensura. Il governo controlla la maggior parte dei mezzi di comunicazione, o tramite l’acquisto di imprese da parte di imprenditori amici o con l’offerta di enormi contratti di pubblicità statale a chi accetta di cambiare la propria linea editoriale. L’impatto più forte Morales l’ha avuto senz’altro a livello economico, tanto che molti hanno parlato di ‘miracolo boliviano‘. Ha nazionalizzato gli idrocarburi, redistribuito la ricchezza, e il paese ha visto quintuplicare le sue riserve internazionali, passate da 3mila milioni di dollari nel 2006 a 15mila milioni in 10 anni. Si sono costruite grandi opere pubbliche, come la teleferica della capitale La Paz, e sono aumentati gli investimenti di aziende straniere nel paese, passati da 600 milioni di dollari nel 2005 a 7.200 milioni nel 2015.

Certo, da referente mondiale per la lotta per l’ambiente, Morales ha autorizzato moltissimi progetti di estrazione di petrolio (saliti da 11 a 98 in sette anni), che occuperanno un terzo della superficie del paese, senza considerare i territori delle popolazioni indigene e le aree protette. Uno dei principali traguardi raggiunti è stata l‘istruzione, tanto che nel 2008 l’Unesco ha dichiarato il paese libero dall’analfabetismo, e sulla salute. Dal 2014 le donne incinta, anziani, disabili e bambini sotto i due anni hanno diritto all’assicurazione sanitaria gratuita. Il problema ora è trovare il candidato per il 2019.

Per Morales “non è ancora arrivato il momento di parlarne. Di candidati ne parleremo nel 2018”. La verità, come ha ammesso il vicepresidente Garcia, è che al momento non c’è e non sanno chi sarà. Quello che è certo che gli alfieri del nuovo socialismo in salsa sudamericana – dai Kirchner d’Argentina al chavismo venezuelano e Morales – sono caduti uno dopo l’altro (e non va meglio alle presidenti di Cile e Brasile, in picchiata nei consensi per i continui scandali che vedono coinvolto il loro governo), in parte ‘traditi’ dai ceti più poveri che, usciti da uno stato di estrema povertà, ora chiedono di più.