Liberalizzare i nomi dei vitigni con cui oggi si identificano molti dei più conosciuti vini del nostro paese, con il rischio di far diventare Barbera, Vermentino e Lambrusco prodotti non più tipicamente italiani, ma europei. La proposta di Bruxelles sui nuovi regolamenti riguardanti l’etichettatura, arrivata a fine 2015, era stata come un terremoto per il mondo dei produttori nostrani, che insieme al nome dei vini, si sarebbero visti scippare da altri stati un patrimonio di tradizione secolare. Ma a pochi mesi dall’annuncio dell’idea, osteggiata dal governo italiano e dalle associazioni di categoria, arrivano le prime rassicurazioni e la parziale retromarcia dall’Ue. Il direttore generale Joost Korte ha dichiarato al Parlamento Ue che proporrà al commissario per l’Agricoltura Phil Hogan il ritiro dell’atto delegato sulla tutela dei vini identitari. A darne notizia è stato l’europarlamentare ed ex ministro dell’agricoltura Paolo De Castro, che insieme al ministro Maurizio Martina si era già speso nelle scorse settimane per la causa italiana. Se Korte farà quanto affermato, ha commentato De Castro, “sarà un importante successo per i nostri produttori, a conferma che il mantenimento dello status quo per la tutela dei vini identitari è l’unica via da perseguire senza modifiche che, in nome di una fantomatica semplificazione, rischierebbero di creare danni irreparabili”.

Il pericolo però non è ufficialmente scampato e nel settore c’è ancora apprensione. Il problema nella proposta di Bruxelles è infatti tutto italiano, perché qui a differenza di altre nazioni, nei prodotti Dop e Igt per tradizione spesso è il vitigno – come Aglianico o Nebbiolo – e non il luogo di provenienza, a essere parte integrante della denominazione. In Francia per esempio i vini prendono il nome dalla zona in cui vengono prodotti, come lo Champagne o il Bordeaux, e vige dunque la protezione dell’origine geografica, che vale anche a livello comunitario e internazionale. In Italia la situazione è diversa. Ci sono vini che portano il nome del loro territorio di provenienza, come il Valpolicella, ma ci sono anche molti casi in cui il nome sulle etichette corrisponde a quello del vitigno, nonostante il prodotto sia comunque legato a un luogo preciso. Così il Lambrusco identifica Modena e le terre d’Emilia, come il Brachetto Acqui e il Piemonte o il Vermentino la Gallura e la Sardegna. Questi nomi di vitigni, fino a oggi utilizzabili soltanto in Italia, con la liberalizzazione potrebbero finire sulle etichette di prodotti di altri stati europei, con il risultato di trovare magari sul mercato un Lambrusco portoghese o un Brachetto spagnolo, che farebbero perdere irrimediabilmente l’identità italiana a questi vini. “Finora non era possibile chiamare il prodotto finale con il nome del vitigno adottato in Italia – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Paolo Castelletti, segretario generale dell’Unione italiana vini – Se la riforma andasse in porto invece si potrebbe arrivare ad avere, per assurdo, un Barbera francese o un Lambrusco prodotto in Spagna, creando confusione nei consumatori. E soprattutto, si avrebbero vini prodotti con tecniche e tradizioni diverse da quelle utilizzate da sempre nel nostro paese”.

A rischio in tutto lo Stivale, da nord a sud, oltre trenta marchi che perderebbero il loro valore di esclusività. Tutto questo poi andrebbe anche a scapito dei consumatori e della qualità, perché l’esportazione dei nomi dei vitigni oltre i confini nazionali significherebbe avere vini con nomi uguali ma magari prodotti in modi differenti. “Le regole di semplificazione che servono all’Europa per rafforzare le proprie posizioni prevedono che il nome geografico sia l’elemento predominante – ha chiarito a ilfattoquotidiano.it Ottavio Cagiano, direttore generale di Federvini – Ma per rispondere a questi requisiti, la geografia dell’Italia dei vini dovrebbe essere ridisegnata”. Un’operazione del genere era stata fatta anni fa per il Prosecco, con cui dal nome del vitigno si è passati a identificare un’intera zona geografica di produzione a partire dall’omonima frazione nel triestino. Farlo per tutti i marchi in pericolo però ora sarebbe impensabile.

Per questo le associazioni di categoria hanno sin dall’inizio preso posizione contro l’idea di liberalizzazione per salvaguardare e tutelare i prodotti che rischierebbero di sparire o di perdere la propria fama di eccellenza, schiacciati dalla concorrenza straniera. “Se la riscrittura si facesse davvero, il danno per noi non sarebbe quantificabile, perché andrebbe distrutto un patrimonio nazionale enorme – ha continuato Cagiano – A perderci sarebbe l’Italia intera, perché il vino è parte dell’immagine e della nostra cultura e dei territori in cui vengono prodotti questi marchi”.